
Paul Cezanne aveva un temperamento ossessivo. Basta guardare l’accanimento con cui ha lavorato su alcuni temi, dalla montagna Sainte-Vicorie che incombeva sul paesaggio di Aix-en-Provence, dove era nato nel 1839 e dove morì (1906), alle visioni dell’Estaque, il piccolo villaggio di pescatori, alle Bagnanti e le molte nature morte. D’altronde, per Cezanne anche la pittura era un’ossessione. Fu la sua tenacia a consentirgli di sfuggire ai sogni paterni che lo vedevano avvocato, di scappare a Parigi e legarsi ad artisti e scrittori come Jacob Camille Pissarro ed Emile Zola, suo grande amico già dai tempi della scuola. Nella metà degli anni Sessanta dell’ottocento, la Francia di Napoleone III coccolava gli artisti accademici e osteggiava i nuovi talenti. E così anche Cezanne conobbe l’umiliazione di vedersi rifiutare le opere ma lui, senza demordere, si rifugiava nel “suo” Sud e continuava a lavorare in un luogo appartato. Il primo atelier lo ricavò nella casa dell’amico Jas de Bouffan, un grande salone al piano terra dalle cui finestre incombeva la grande Sainte-Victorie. All’inizio degli anni Ottanta, il talento di Cezanne divenne chiaro anche al padre Louis Auguste che lo premiò cedendogli la mansarda della sua casa di campagna. L’artista provenzale dovette aspettare gli inizi del nuovo secolo per avere un atelier a Lauves, alla periferia di Aix, uno spazio enorme dove dipingeva ritratti, nature morte e paesaggi o rifiniva lavori composti all’aperto. Il legame dell’artista con i sui atelier è raccontato ora nella mostra Cezanne. Les ateliers du Midi, progettata e organizzata dal Comune di Milano in collaborazione con la casa editrice Skira. Circa quaranta opere tra oli e acquerelli provenienti dai più grandi musei del mondo, tutte prodotte in Provenza, nel Midi assolato e silenzioso della terra rossa. L’esposizione, inaugurata il 20 ottobre scorso, sarà visibile fino al 26 febbraio 2012 presso il palazzo Reale del capoluogo meneghino
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