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Focus

“La crisi è una grande opportunità”


Trigilia spiega come si può innovare ed individuare nuove strategie per lo sviliuppo

04.11.2009

“La crisi è una grande opportunità”  - Trigilia spiega come si può innovare ed individuare nuove strategie per lo sviliuppo

Insegna sociologia economica alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Firenze, dirige il Centro europeo di studi sullo sviluppo locale e regionale, ha insegnato alla Harvard University e alle Università di Trento e Palermo.
Carlo Trigilia, membro dei comitati editoriali delle riviste “Stato e Mercato” e “Sviluppo locale”, collaboratore del quotidiano economico Il Sole 24 Ore e autore di numerose pubblicazioni, ha accettato di rispondere ad alcune domande de L’Agente Immobiliare.
Professore, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha detto che il rischio apocalisse è sventato. Sono passati ormai alcuni mesi dal fallimento di Lehman Brother, che è stato il simbolo di questa crisi. A suo avviso il governo italiano ha messo in campo misure adeguate per fronteggiarla?

In termini assoluti sono tra i più modesti in Europa, se non i più modesti, in percentuale del Prodotto interno lordo. Anche perché molto spesso si è trattato di spostamenti di voci di bilancio da una allocazione a un'altra, in particolare dai fondi FAS. Però è anche vero che l’Italia ha una situazione di particolare difficoltà dovuta al debito pubblico molto elevato. E il sistema della nostra industria, ovvero il modello del Made in Italy che è stato a lungo criticato di essere espressione di un modo arretrato di organizzare l’economia, perché le imprese sono troppo legate alle famiglie e alle comunità locali, poco aduse alla finanza innovativa, sta consentendo, almeno finora, un assorbimento dello shock forse migliore di quello di altri Paesi. Naturalmente la crisi non è ancora finita, bisogna stare in guardia e soprattutto bisogna essere pronti a intervenire con più efficacia davanti a eventuali risvolti che dovessero colpire pesantemente il lavoro, l’occupazione e la stessa realtà produttiva delle piccole e medie imprese.

Le condizioni politico-economiche di questo Paese potevano consentire il dispiego di altri strumenti?

Potevano e possono consentire l’utilizzo di altri strumenti. Da questo punto di vista, al di là della gravità della crisi di cui parlavamo prima, penso che la crisi possa essere anche un’occasione per innovare, per individuare nuove politiche di sviluppo. Indipendentemente dalla dimensione quantitativa dell’intervento, noto invece un certo tradizionalismo, una tendenza a seguire le strade solite e consolidate. Ad esempio quelle degli interventi a favore delle singole aziende e della cassa integrazione. Non si può negare che alcuni di questi interventi siano necessari, però ci sarebbe ampio spazio per misure di diversa natura.

Ad esempio quali?

Il nostro sistema economico ha delle peculiarità proprie. Le nostre aziende sono molto legate alla dimensione territoriale, alle organizzazioni economiche dei sistemi locali. In Italia, più che altrove, abbiamo un’economia molto radicata sul territorio. Partendo allora da questo aspetto, si potrebbe provare a pensare a strumenti anche innovativi. Ne cito due: il primo riguarda i nostri distretti industriali. Certamente colpiti dalla crisi, trattandosi tra l’altro di aree prevalentemente rivolte all’esportazione, soffrono soprattutto di una contrazione della domanda e non di una carenza di competitività. Un dato da considerare poi, è che questi distretti risultano tra le aree con maggiori risorse in termini di liquidità, stando ai dati sui risparmi delle famiglie e sui depositi per abitante che vengono misurati per esempio dalla Banca d’Italia. Questo potrebbe far immaginare un intervento del governo e delle istituzioni pubbliche - quelle centrali, ma anche quelle locali - per cercare di convogliare l’investimento di almeno una parte di questa liquidità in progetti di sviluppo dei territori che avrebbero anche il senso di consolidare entità imprenditoriali. Penso al rafforzamento di un senso di appartenenza locale e territoriale, da non confondersi con un meccanismo deteriore, autarchico e becero. Un pezzo importante dell’economia italiana e non solo, potrebbe essere poi rappresentata da meccanismi di finanziamento attraverso un sistema di fondi chiusi garantiti dal pubblico su grandi investimenti in innovazione dei sistemi locali e delle città italiane, che soffrono di una serie di problemi storici legata al traffico, all’inquinamento, alla carenza di infrastrutture. Perché non immaginare sistemi nei quali il pubblico - un po’ come è avvenuto per le banche con i cosiddetti Tremonti-bond - possa garantire ai privati che investono in questi progetti collettivi da un lato i loro soldi e dall’altro anche rendimenti interessanti anche sotto il profilo di sgravi fiscali? Perché non pensare anche a cose di questo genere? Il secondo esempio è legato alla dinamica delle città e alla qualità urbana e riguarda il Piano Casa. Naturalmente è necessario che, da parte delle istituzioni nazionali e locali, ci sia un’adeguata collaborazione, perché un’operazione non all’altezza potrebbe portare a risultati poco soddisfacenti. In questo senso, la sciagura dell’Abruzzo ha dimostrato che c’è una larga parte del territorio sottoposto a pesanti rischi sismici che non è stato tracciato adeguatamente. Voglio dire che non esiste un programma ben pensato e strutturato d’intervento, che parta dalle aree di maggiore rischio e che adegui il patrimonio urbano, le abitazioni, alla gravità di questi rischi. Si tratta naturalmente di interventi che potrebbero avere costi molto alti, ma si possono immaginare forme di finanza innovativa. Ci sono Paesi, penso al Giappone o alla California che, come è stato ripetuto più volte dopo il terremoto in Abruzzo, convivono benissimo con il rischio sismico e questo perché hanno adeguato e pensato i propri standard costruttivi alla tipologia del territorio in cui vivono. In Italia invece, le catastrofi naturali sono l’occasione in cui purtroppo si mostra l’atavica, storica incapacità del Paese di progettare a medio e lungo termine.

Si sta riferendo anche alle Legge quadro sullo sviluppo del territorio?

La legge quadro è certamente uno strumento importante, ma è anche necessario articolare nel tempo un piano d’investimenti che metta in sicurezza larga parte del patrimonio abitativo e dei beni culturali delle nostre città. Faceva notare il vulcanologo Enzo Boschi, che ha lavorato per anni alla mappa sismica del territorio italiano, che ormai da una decina di anni sono disponibili le mappe che individuano il grado di pericolo e di rischio sismico del territorio. Non possiamo certo prevedere quando ci sarà un terremoto, però sappiamo con certezza che ci sono delle aree in cui accadrà di sicuro, e nonostante questo nulla ancora si è fatto concretamente in termini per esempio di un piano che coinvolga Stato e Regioni in interventi adeguati. L’altro esempio che vorrei fare riguarda il fatto che noi abbiamo un grande patrimonio nazionale costituito dalle città e dai centri storici. Tuttavia il nostro standard di vita ha una qualità molto bassa, con pesanti problemi di inquinamento, traffico, mobilità e malfunzionamento dei servizi. Tutto questo sta avendo pesanti costi economici, stimati dagli esperti in termini di ritardi e di sprechi energetici. Ribadisco che la crisi dovrebbe essere anche l’occasione per ripensare i modi di organizzare la vita collettiva nelle città, come sta accadendo negli USA con il nuovo Presidente. Ecco, da questo punto di vista vedo un ritardo del governo italiano, ma soprattutto vedo la carenza di innovazione anche istituzionale negli obiettivi e negli strumenti di intervento.

Secondo lei quali mutamenti sociali sta provocando in Italia la crisi economica?

Nella crisi si vedono le strutture portanti di un sistema, quelle che reggono le società. Se noi guardiamo ad alcuni indicatori dell’andamento dell’impatto della crisi sui diversi territori italiani, riscopriamo una mappa molto antica, che è quella delle tre Italie costituita dall’area del Nord Ovest, l’area dell’Italia Nord orientale con le regioni centrali e il territorio del Mezzogiorno. Nella zona del Nord Ovest, definita da sempre il triangolo industriale, considerata la culla della rivoluzione industriale italiana del fordismo del secondo dopoguerra, la crisi ha colpito più duramente. Lo dimostrano il calo di indicatori importanti quali gli ordinativi e il fatturato. Il forte ricorso alla cassa integrazione delle aziende e delle industrie di quest’area è preoccupante perché incide sulla vita delle famiglie, sui loro stili di vita. Viceversa i distretti industriali del Nord Est e delle Regioni centrali stanno reagendo meglio. Rispetto al numero di addetti nei vari settori economici (edilizia, commercio, manifattura etc.) c’è un ricorso minore alla cassa integrazione. E questo è dovuto al fatto che quest’area ha un modello di economia differente. Il tessuto sociale, costituito dalle società locali, le reti, le famiglie, attutiscono meglio l’impatto della recessione. Il sistema così costituito funge da grande strumento di assicurazione e di ammortizzatore sociale. Qui la crisi sicuramente si avverte, però è meno dirompente del previsto. Le piccole imprese sono poco indebitate, legate alle famiglie che lavorano insieme le une con le altre dividendosi i vantaggi dello sviluppo così come i costi della recessione. I dati sul risparmio privato evidenziano questo tipo di andamento e in definitiva non assistiamo a fenomeni realmente dirompenti. Poi abbiamo l’Italia del Mezzogiorno. E’, in generale, un’area più protetta essendo maggiormente dipendente dalla spesa pubblica. Ma anche qui, le aree più esposte alle attività di mercato e quindi meno dipendenti dalla protezione politica diretta o indiretta, stanno soffrendo di più. Mi riferisco alle regioni che costituiscono il Made in Italy meridionale e cioè l’Abruzzo, il Molise, parte della Basilicata e della Puglia, con i loro distretti manifatturieri, che sono in forte difficoltà.

Sul federalismo fiscale nessuno può dirsi contrario nei principi, tutto però dipenderà da come verrà applicato Sono passati da poco i 100 giorni dell’insediamento di Barack Obama, se la sente di fare un primo bilancio delle misure messe in atto dalla nuova amministrazione?

A mio avviso il fenomeno Obama è interessante, prima ancora che dal punto di vista delle politiche, dal punto di vista della politica. Mi spiego: il grande successo che ha avuto per ora il neo Presidente eletto è un successo della politica. E’ un uomo con grandi qualità di leader. E’ riuscito a ridare fiducia al sistema americano che ha risposto con segnali incoraggianti alla sua elezione. C’è stato effettivamente un rallentamento dei fenomeni di crisi dirompente visti nei mesi scorsi e la fiducia che sembra risalire negli Stati Uniti d’America probabilmente per ora è il risultato più importante della nuova amministrazione.

Che impatto potrà avere l’applicazione del federalismo fiscale in Italia? A suo avviso potrebbe davvero determinare un Paese a due velocità, con regioni tradizionalmente più ricche e che lo diventerebbero sempre di più, e altre – penso naturalmente al Mezzogiorno – sempre più povere e costrette a operare tagli sui servizi essenziali?

Il federalismo fiscale è un rebus. Nel senso che di per sé è una cosa buona come principio generale. Credo che in pochi potrebbero essere contrari a un federalismo fiscale inteso come riavvicinamento tra entrate necessarie per l’intervento pubblico a favore delle iniziative e le spese che vengono affrontate per questi interventi. Il rebus del federalismo fiscale è che il diavolo è nei dettagli. Tantissimo dipenderà, anzi tutto dipenderà dal modo in cui questi principi verranno messi in atto. E’ difficile valutare allo stato attuale se questa legge nei dettagli nasconda il possibile rischio che lei paventava di un’Italia a due velocità. Ci sono degli strumenti che dovrebbero garantire determinati servizi, quali l’assistenza e l’istruzione, su tutto il territorio nazionale. Le modalità tecniche di realizzazione però, in questo momento, sono difficili da identificare. Potrei concludere sottolineando che se il federalismo sarà fatto con buon senso e senza la volontà di far valere gli interessi di alcune Regioni a discapito di altre, potrebbe essere un elemento utile. Nel Mezzogiorno potrebbe responsabilizzare la classe politica locale, che tradizionalmente nel Sud d’Italia ha fatto ricorso alle risorse esterne, e spingere la società a essere più vigile sul modo in cui opera.

 

 

 

Può essere una cosa buona, ma tutto dipenderà dalle modalità specifiche attraverso le quali verrà realizzato e sulle quali si dovrà vigilare moltissimo nei prossimi mesi.



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stampato in data 19-5-2012 alle ore 9:13