
Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti lo aveva anticipato a fine giugno e il 4 agosto ha tenuto fede alla promessa. La cedolare secca sui redditi da locazione sarà presto una realtà e sarà il primo passo per assicurare l’autonomia finanziaria dei Comuni, entrando nella legislazione italiana in attuazione delle norme sul federalismo fiscale (L. 42/2009), ma ridimensionata rispetto alle richieste del mondo del real estate. E novità potrebbero arrivare dalle indicazioni che sul testo fornirà la bicamerale sul federalismo e la Conferenza Unificata, che entro ottobre dovranno far pervenire il proprio parere al governo. Governo che, forse sull’onda delle tensioni interne alla maggioranza (si veda la rubrica Panorama Normativo), ha mantenuto uno stretto riserbo su un provvedimento rivoluzionario per la fiscalità immobiliare e per il finanziamento dei municipi, al momento non ancora reso pubblico. La cronaca del via libera al provvedimento racconta di uno schema di decreto legislativo sulla fiscalità municipale basato sulla devoluzione ai Comuni della tassazione sugli immobili, ed entrato a palazzo Chigi con la previsione dell’introduzione dal primo gennaio 2011 dell’imposta unica sostitutiva sugli affitti con aliquota al 25%. Nei giorni precedenti alla riunione dell’esecutivo le anticipazioni della stampa sull’entità della cedolare avevano provocato le reazioni delle associazioni di categoria. La previsione di un’aliquota di cinque punti superiore a quella del 20%, da sempre indicata dagli addetti ai lavori, vanificava l’intervento e l’effetto di volano del mercato. Il 4 agosto, al termine della riunione dei ministri, inizia un tam tam di dichiarazioni: alcuni esponenti dell’esecutivo, lasciando palazzo Chigi, indicano una revisione al ribasso dell’aliquota tra il 22 e il 23%. Poi il ministro per la Semplificazione ed esponente del Carroccio Roberto Calderoli assicura di aver convinto Tremonti: l’articolo 2 del dlgs fissa la cedolare al 20%. Durante la riunione, infatti, il ministro dell’Economia avrebbe accettato una rinegoziazione al ribasso del valore dell’aliquota, mettendo subito al lavoro i tecnici di via XX Settembre che nel giro di poche ore avrebbero dato l’ok alla riduzione dal 25 al 20%. Il dato sembra perciò assodato, ma dal responsabile del Mef, non arriva né una conferma né una smentita. Nella tarda serata del 4 agosto viene poi annunciata una conferenza stampa di Tremonti per il giorno successivo, che però viene annullata. Nel comunicato stampa di fine seduta della riunione del governo lo schema di decreto legislativo viene descritto con accuratezza, soffermandosi anche sulla cedolare, ma senza precisarne l’entità. E’ questo l’unico commento ufficiale dell’esecutivo sul provvedimento. Da quel momento in poi Tremonti non rilascerà alcuna dichiarazione su quello che solo poche settimane prima aveva annunciato come uno dei provvedimenti cardine del federalismo fiscale attraverso cui, anche grazie alla cedolare, “dare un grande recupero di gettito ai Comuni”. Rimane però l’incertezza, anche perché non è stato chiarito un punto del testo portato al Consiglio da Tremonti, ovvero la previsione (art. 2, comma 6) che l’aliquota della cedolare potesse essere ridotta dal 25 al 20% nelle aree urbane classificate ad alta tensione abitativa. Se l’aliquota è già al 20% nel testo definitivo (non ancora reso pubblico), per le zone ad alta tensione abitativa non sono più previste ulteriori agevolazioni? In attesa di fugare i dubbi, vediamo cosa stabilisce il provvedimento sulla fiscalità municipale partendo dal testo entrato a palazzo Chigi e dal comunicato stampa del governo, dando per acquisita una cedolare secca al 20%. Il provvedimento sancisce innanzitutto il passaggio ai Comuni del gettito prodotto da alcune imposte che gravano sugli immobili ubicati nel loro territorio. Tra queste vi sono quelle di registro, ipotecaria e catastale, l’Irpef relativa ai redditi fondiari (escluso quello agrario), l’imposta di registro e di bollo sui contratti di locazione, i tributi speciali catastali, le tasse ipotecarie e la cedolare secca sugli affitti. Questa, si legge nel comunicato del governo, rappresenta “una rilevante novità”, con l’adozione di un regime fiscale che il proprietario “avrà facoltà di scegliere in alternativa a quello attuale”. Infatti, a partire dal gennaio 2011 il canone di locazione relativo a contratti stipulati per abitazioni e relative pertinenze, potrà essere assoggettato, “se il locatore così deciderà”, alla nuova imposta sostitutiva dell’Irpef, delle relative addizionali, dell’imposta di registro e dell’imposta di bollo sul contratto di locazione. La cedolare potrà essere applicata a tutti i tipi di contratto, compresi quelli per i quali non è previsto l’obbligo di registrazione (quelli inferiori a 30 giorni), mentre non potrà essere utilizzata per le locazioni effettuate nell’esercizio di attività d’imprese, di arti e professioni e di enti non commerciali: in altre parole sono escluse le società immobiliari. L’imposta unica al 20% si applicherà al 100% del canone annuale pattuito e, secondo l’articolo 2 del provvedimento che la disciplina, dovrà essere anticipata ai Comuni entro il termine di versamento delle imposte sul reddito nella misura dell’85% per il 2011 e del 90% a partire dal 2012. Le modalità per versare l’acconto saranno stabilite dall’Agenzia delle entrate entro 90 giorni dall’entrata in vigore del testo. Da questo riepilogo appare evidente che la nuova fiscalità sugli affitti delineata dall’esecutivo, anche se rivoluzionaria, presenta alcuni limiti. Il primo di questi è che la cedolare è riservata unicamente a persone fisiche e alla locazione di abitazioni, comprese quelle turistiche e temporanee. L’aliquota dell’imposta unica sarà applicata al 100% del valore del canone annuale, mentre attualmente l’Irpef si paga sull’85% del canone annuo, con aliquote progressive a seconda dell’entità del rendimento e ulteriori agevolazioni per i canoni concordati. Inoltre, la cedolare, anche se imposta sostitutiva, non sarà l’unica tassa a gravare sull’affitto: a questa dovrà aggiungersi, sia pure in misura dimezzata, l’imposta municipale propria (Imp) relativa al possesso degli immobili introdotta dal 2014 dallo stesso decreto legislativo sul federalismo municipale e in cui confluirà l’Ici sulle seconde case. Non va però dimenticato che la cedolare è facoltativa e quindi saranno i proprietari dal prossimo anno a decidere per quale tipo di fiscalità optare, scegliendo quella più conveniente. Secondo l’elaborazione realizzata dall’Ufficio studi di Confedilizia (vedi Box), sulla base di un’aliquota al 20%, la nuova imposta converrà soprattutto a chi oggi presenta un imponibile tra i 29mila e 55mila euro, indipendentemente dalla tipologia di contratto utilizzato. Un dato confermato da un’elaborazione della Cgia di Mestre (l’Associazione di artigiani e piccole imprese) secondo la quale, ipotizzando un canone annuo percepito di 5.413 euro, con l’attuale tassazione il proprietario pagherebbe all’erario 1.875 euro contro i 1.083 della cedolare. E i benefici sono tanto più alti quanto più aumenta la classe di reddito. Per l’associazione veneta inoltre, con l’imposta unica sostitutiva ci guadagnano anche gli inquilini che risparmieranno sul 2% di imposta di registro sul canone oggi a loro carico. E’ probabilmente proprio per questo motivo che Raffaella Mariani, capogruppo del Pd in commissione Ambiente alla Camera, ha bollato la cedolare secca di Tremonti come una “misura iniqua” perché avvantaggia i redditi alti. Soprattutto, ha evidenziato la parlamentare, la disposizione sarà inefficace perché “non accompagnata da detrazioni a favore degli inquilini e da interventi sulla tracciabilità dei pagamenti”, impedendo quindi di dare soluzione all’emergenza abitativa e di recuperare il nero. Quello che appare infatti chiaro è che il successo e la sostenibilità economica della cedolare dipenderà dalla sua capacità e da quella delle amministrazioni comunali, di far emergere il sommerso.
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