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Dossier

Clima ed energie rinnovabili


Subito un piano sull’energia, per evitare che l’inquinamento faccia crollare l’economia mondiale

04.11.2009

Clima ed energie rinnovabili - Subito un piano sull’energia, per evitare che l’inquinamento faccia crollare l’economia mondiale

Nel quarto Rapporto dell’IPCC (Intergovernmental panel on climate change, organismo scientifico dell'Onu) del 2007, s’imputa alle attività umane, per una quota pari al 90%,
l’incremento dell’effetto serra, indotto dalle emissioni di gas climalteranti e in particolare di biossido di carbonio che è passato a una concentrazione di 290 grammi per tonnellata di atmosfera, con un incremento del 35% negli ultimi 200 anni. Negli scenari minimali, che sono considerati improbabili, l’aumento di temperatura media globale potrà situarsi alla fine di questo secolo, attorno ai 2 gradi centigradi. Negli scenari massimali, quindi quelli più plausibili, l’aumento della temperatura media globale raggiungerebbe e supererebbe i 5 gradi. In ogni caso il Rapporto IPCC evidenzia che la perturbazione energetica non è assolutamente irrilevante. Esiste la possibilità che in futuro si possa innescare una destabilizzazione del clima con effetti rilevantissimi sul pianeta. L’IPCC afferma che la massima concentrazione dei gas climalteranti a fine secolo, non debba superare il doppio rispetto a quella esistente all’inizio dell’epoca industriale. In tal modo è possibile contenere il surriscaldamento climatico entro limiti di governabilità degli effetti. Questo obiettivo è raggiungibile attraverso strategie di riduzione dei gas serra e in particolare di biossido di carbonio e di adattamento dei sistemi territoriali. Nel gennaio del 2006 è stato presentato il Rapporto Stern (Nicholas Stern, ex presidente della Banca mondiale, documento redatto per conto del Premier Gordon Brown) con il quale venivano determinati i costi finanziari dei cambiamenti climatici. Il Rapporto evidenzia come un’azione valida per la riduzione delle emissioni potrebbe contenere il costo a circa l’1% del PIL mondiale ogni anno. Il non far nulla costerebbe tra il 5 e il 20% del PIL mondiale. Infine il Consiglio di Berlino del marzo 2007 ha deciso di procedere alla creazione di una Politica Energetica per l’Europa e punto di partenza per l’azione, l’adozione di un Piano d’azione globale in materia di energia. Gli obiettivi della nuova PEE sono: la sicurezza degli approvvigionamenti, la garanzia di competitività delle economie europee e la promozione della sostenibilità ambientale per lottare contro cambiamenti climatici. Per realizzare questi target, il Consiglio ha fissato nel Piano d’Azione una serie di obiettivi da conseguire nel 2020: risparmio energetico del 20% dei consumi tendenziali al 2020, attraverso l’aumento dell’efficienza energetica, riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 20% rispetto al 1990 e produzione del 20% di energia da fonti rinnovabili, rispetto alle proiezioni tendenziali al 2020. Tali obiettivi, trasferiti nella realtà del sistema energetico italiano, comportano una grande azione di policy considerato che lo sforzo per conseguirli è rilevante e non meno lo è la fattibilità. Applicando gli obiettivi europei che per noi sono del 17% come negoziato a Bruxelles, si perviene a una riduzione notevole del fabbisogno. Solo una oculata e radicale strategia di investimenti fatti nelle reti di trasmissione e di distribuzione e nel settore della efficienza energetica, ci consentirà di rispettare gli obiettivi fissati da Bruxelles. Iniziando dal terziario e dal residenziale (cosiddetto settore civile), osserviamo che circa il 32% dei consumi di energia negli impieghi finali è da imputare a questo comparto. Qui l'aumento dell’efficienza energetica e il risparmio possono essere significativi. La direttiva 2006/32/CE riguarda l'efficienza degli usi finali di energia e i servizi energetici. L'Allegato III riporta alcuni esempi di azioni da porre in essere per migliorare l'efficienza energetica. La direttiva 2002/91/CE tratta invece del risparmio energetico. Le azioni da porre in essere vanno dalla coibentazione all'etichettatura energetica degli edifici, al solare termico, all'uso di fonti rinnovabili per la cosiddetta tricogenerazione (caldo, freddo ed elettricità). Esistono però dei limiti di cui si parla pochissimo e riguardano la rete di trasmissione (elettrodotti) e quella di distribuzione: le fonti energetiche rinnovabili come il fotovoltaico e l'eolico non sono affidabili in termini di stabilità. Se ci sono le nuvole o manca il vento cosa si fa? Si resta senza elettricità? Per ovviare serve una "cruccia", che è la potenza di riserva cosiddetta secondaria e terziaria. Il problema nel nostro Paese è che tale potenza è bassissima, ovvero intorno al 4% di quella disponibile in rete, che è pari a 60 milioni di Kw. Quindi i collegamenti per le rinnovabili consentono al massimo a 100.0000 utenti di poter installare rinnovabili per la produzione di energia elettrica. Esiste poi un secondo problema che riguarda una eventuale immissione di corrente prodotta in sovrappiù e riguarda i trasformatori. Fatti alcuni calcoli sui particolari limiti che affliggono i trasformatori in BT (bassa tensione) e MT (media tensione), si arriva alla conclusione che il numero massimo di utenti "con rinnovabili" sarebbero 600.000 su 27 milioni di utenze! Oltre a questi limiti c'è ulteriormente da osservare che le reti elettriche di distribuzione sono state progettate per servire "carichi passivi", ossia i consumatori attraverso un flusso monodirezionale di energia che dalle linee di trasmissione arriva al consumatore attraverso le linee di distribuzione. Questo è un ulteriore limite che, se non superato attraverso investimenti e una architettura di rete completamente ripensata, non consentirà al nostro Paese di assolvere al target di Bruxelles ma nemmeno ai limiti rigidissimi di emissione, che saranno fissati a dicembre a Copenaghen nel cosiddetto , post-Kyoto.



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