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Dossier

E la Finanza andò da Maometto


La crisi dei mercati spinge la crescita degli investimenti islamici in occidente, anche se la recessione non risparmia le Borse arabe. Ecco come funziona la finanza basata sul Corano

05.11.2009

E la Finanza andò da Maometto - La crisi dei mercati spinge la crescita degli investimenti islamici in occidente, anche se la recessione non risparmia le Borse arabe. Ecco come funziona la finanza basata sul Corano

La Saudi Arabian Monetary Agency, la zecca dell’Arabia Saudita, ha iniziato a stampare con regolarità banconote solo nel 1961.
Meno di mezzo secolo dopo il sistema finanziario dei Paesi islamici, del Medio oriente e del Golfo Persico, si offre come possibile ancora di salvezza delle Borse internazionali, messe in ginocchio dai venti di recessione innescati dal crollo di liquidità prodotto dai subprime Usa. L’effetto domino dei mutui facili americani, che a settembre ha portato al fallimento di colossi della finanza Usa e che continua a far sobbalzare Wall Street, le piazze europee e asiatiche e i governi di mezzo mondo, non solo non ha minimamente sfiorato il business della finanza islamica – ha osservato il governatore della banca centrale del Barhain, Rasheed Al Maraj, intervenendo a febbraio scorso al summit organizzato nello Stato arabo dall’agenzia Reuters – ma anzi sembra stia offrendo a questa realtà l’opportunità di espandersi, o meglio, di rafforzare la propria espansione in occidente.
Riprova ne è la vicenda del gruppo Unicredit, che a metà ottobre è riuscita ad evitare il rischio fallimento grazie all’intervento della Central Bank of Lybia, della Lybian Investment Authority e della Lybian Foreign Bank. Si tratta di fondi sovrani libici che hanno investito circa un miliardo di euro nella banca di Alessandro Profumo, diventandone il secondo azionista con il 4,2% del capitale e la proposta di salire al 5%. Ma quello di Unicredit non è un caso isolato, né in Italia né altrove. Basterebbe ricordare che partecipazioni libiche sono presenti in Eni o che nel 2005 l’Enel ha ceduto al magnate egiziano Naguib Sawiris il controllo di Wind, mentre il fondo sovrano del Qatar ha avviato dall’inizio del 2008 l’acquisto di azioni di Credit Suisse, nell’ambito di un progetto di nuovi investimenti in occidente da 15 miliardi di dollari, che vanno a sommarsi al 20% del capitale del London Stock Exchange (da poco fusosi con Borsa Italiana) detenuto dalla Qatar Investment Authority. L’approdo islamico alla finanza internazionale non si può considerare un arrembaggio dell’ultima ora dettato dalla congiuntura, quanto piuttosto una sorta di contaminatio iniziata già da qualche anno e che ha radici nelle caratteristiche etiche che ispirano e rendono solida la finanza musulmana. Nel luglio del 2005 Magdi Allan firmava un articolo dal titolo eloquente: “Affari e Corano, volano le banche islamiche”. Il vicedirettore del Corriere della Sera, già tre anni fa, spiegava bene come la più grande banca dell’Arabia Saudita fosse (ed è) “l’americana Citibank” e come il “centro della finanza islamica mondiale” fosse Londra, mentre quote significative di alcuni tra i più “prestigiosi istituti di credito occidentali”, tra cui l’inglese Hsbc, la Deutsche Bank, le francesi Société Générale e Bnp Paribas e l’olandese Abn Amro, fossero in mano ad azionisti musulmani. Negli ultimi anni la finanza islamica è cresciuta a ritmi pari a quelli del gigante cinese. Secondo recenti dati dell'Islamic Finance Information Service pubblicati da Il Sole 24 Ore, nel 2000 sono state emesse solo tre obbligazioni islamiche per un totale di 336 milioni di dollari. Nel 2007 il valore delle emissioni islamiche ha raggiunto i 47,8 miliardi di dollari. E per il futuro gli analisti prevedono un boom, con un ritmo di crescita annua del 15% per i prodotti finanziari tarati sulle regole del Corano e un giro d’affari che nel 2010 potrebbe avvicinarsi al trilione di dollari.
La solidità mostrata dalla finanza musulmana interessa anche il real estate, anche se proprio in questo settore rischia di rimanere contagiata dalla crisi internazionale. Sono molti i costruttori che negli ultimi tempi si stanno rivolgendo al business islamico per finanziari nuovi interventi. E il fenomeno sembra destinato a crescere, dal momento che nel medio oriente islamico esistono miliardi di dollari di liquidità che manca oggi in occidente. A sottolinearlo una delle tavole rotonde promosse nell’ambito dell’International Islamic Finance Forum, che si è svolto dal 13 al 17 ottobre scorso a Istanbul. Il direttore del Forum Swati Taneja ha spiegato infatti come il settore immobiliare sembra prestarsi in modo particolare all’investimento islamico, dal momento che secondo le regole dettate dal Corano i proventi generati da queste risorse devono riguardare “attività etiche” e non “il pagamento di interessi”. Ed è proprio per questa caratteristica che, sottolinea Taneja, “il credito islamico è riuscito a sfuggire alla crisi”. Vero sì ma fino a un certo punto. Visto che a fine ottobre anche i forti Paesi del Golfo Persico si sono ritrovati a fare i conti con il credit crunch. Ma quali sono le regole che guidano la finanza basata sui dettati del Corano? E quali gli aspetti che oggi rendono attraente e vincente questo modello, anche nell’immobiliare?
Per rispondere in modo chiaro a queste domande, l’Agente immobiliare ha chiesto aiuto a Imane Barmaki, studentessa di economia di origini marocchine, laureanda all’Università Cattolica di Milano con una tesi dal titolo “Gli Elementi di Economia Islamica”, e collaboratrice del mensile Yalla Italia legato al settimanale Vita e del portale del mondo arabo islamico italiano www.minareti.it. Ecco cosa ci ha raccontato.

Imane, come nasce e in cosa si differenzia la finanza islamica da quella occidentale?
A inizio 2007 sono state recensite circa 300 banche islamiche in tutto il mondo, che amministrano capitali per 500 miliardi di dollari in 70 Paesi. Le banche islamiche assorbono ad oggi il 30% del risparmio del settore privato dei Paesi musulmani; è previsto che questa quota raggiunga il 50% entro il 2010 ed il 60/70% entro 2020. Queste cifre mostrano come la finanza islamica è oramai un’industria di rilevanti dimensioni e non solo un fenomeno di nicchia. In sintesi, questo tipo di finanza si distingue per il rispetto di quattro principi: il divieto del pagamento di interessi (Riba) legati al fattore temporale; il divieto degli investimenti in attività che comportino irragionevole incertezza ed ambiguità (Gharar); il divieto di speculazione (Maisir) e infine il divieto degli investimenti in attività economiche proibite (Haram) come la distribuzione e/o produzione di alcol, tabacco, armi carne suina, pornografia, gioco d’azzardo ecc. Secondo questo nuovo approccio alla finanza, il denaro non deve generare denaro ma deve essere investito in attività economiche reali. L’aggettivo “islamico” non è la chiave centrale di questo tipo di finanza. Non è infatti la religione che conta ma la sua componente di “giustizia economica” ed è per questo che si può affermare che la banca islamica non è una banca destinata solo ai musulmani o agli arabi. La banca islamica è aperta a tutti, musulmani, cristiani e a qualsiasi altra religione. E’ aperta a tutti i cittadini di ogni Paese. A differenza delle banche commerciali, nella banca islamica i proventi dei depositi bancari e degli investimenti vengono calcolati ex-post in relazione ai redditi realmente conseguiti in quanto l’Islam proibisce la determinazione a priori della loro remunerazione, ma stabilisce che ai proprietari del capitale vada una quota del denaro prodotto dal suo impiego, percentuale che non si può conoscere in anticipo.

Quali sono gli strumenti che utilizza la finanza islamica e qual è l’approccio al mercato immobiliare?
La scelta degli strumenti, riflette la preferenza della finanza islamica per la partecipazione al rischio rispetto ai finanziamenti basati sul debito. Secondo la Shari’a (la cosiddetta legge islamica) ricorrere al debito non dovrebbe essere considerato fenomeno ordinario e naturale. Il debito dovrebbe costituire l’ultima spiaggia ed essere utilizzato solo in caso di necessità. Come alternativa al debito, la finanza islamica incoraggia l’attività di condivisione dei profitti. Vi sono diversi strumenti tra cui quello di maggior interesse per il mercato immobiliare è “Murabaha” che può sostituire alcune forme di prestito ed è utile per gli acquisti di beni immobili. Si differenzia rispetto ai prestiti offerti da vari istituti di credito in quanto viene giustificato dall’obiettivo e sottintende un bene reale. L’approccio al mercato immobiliare è più che altro positivo anche quando si tratta di quello italiano basti pensare che lo sceicco Abdulrahaman Salah Al Rajhi, ha portato avanti un’operazione immobiliare da 600 milioni di euro acquistando 330 immobili che erano dell’Enel.

Di recente la Dubai Bank (la notizia è del 29 settembre scorso) ha annunciato la collocazione di bond o meglio sukuk, con l’obiettivo di venderne entro la fine dell’anno un valore pari a 500 milioni di dollari. Chi acquisterà i “sukuk”sarà remunerato attraverso i frutti di investimenti paralleli, come gli affitti di proprietà immobiliari. Come funziona questo meccanismo?
I sukuk sono prodotti obbligazionari compatibili con la Shari’a, molto meno sofisticati rispetto ai bond convenzionali ma certamente più sicuri in quanto rispettosi del principio che vieta di investire denaro in imprese finanziarie legate a eventi a carattere incerto. Possono essere a medio o a lungo a termine, nonché a breve sotto la denominazione “Sukuk al Salam”. Il mercato dei sukuk cresce a un tasso annuo del 40% e nel 2007 ha visto un eccezionale crescita pari del 70%. In questo caso la banca riceve i soldi dal cliente e compra per suo conto un bene immobile. Il bene viene preso in affitto dalla banca che paga la rata al cliente. In questo modo l’investimento è legato a un bene materiale che appartiene formalmente al risparmiatore ma viene utilizzato dalla banca.

Nei Paesi islamici esistono strumenti paragonabili alle Reit (Rael estate investment trust) anglosassoni (o alle italiane Siiq, Società d’investimento immobiliare quotate)? Come funzionano?
Lo scorso 7 ottobre è stato presentato il primo Real Estate Investment Trust compatibile con la Shari’a. Questo Reit è stato lanciato dalla società di gestione patrimoniale svizzera “Encore” insieme al suo partner saudita “Sumou Holding” e si prevede che la dimensione di questo Reit possa raggiungere oltre un miliardo di euro. Non sono ancora stati specificati i dettagli tecnici relativi a questo prodotto e nemmeno i requisiti minimi per la sottoscrizione.

Il mercato immobiliare in medio oriente è in fermento, c’è il rischio di una bolla speculativa nel settore? Si potrebbe verificare una crisi “subprime”? Quali sono i requisiti che le banche islamiche chiedono per concedere un mutuo per l’acquisto di abitazioni alle famiglie?
Ovviamente mi auguro che non accada, ma è comunque un rischio troppo lontano se parliamo dell’industria bancaria islamica. Anzi, la finanza islamica sta vivendo un vero e proprio boom. Per essere precisi si sta ponendo come la nuova ricetta contro il crollo dei mercati o meglio come la nuova alternativa etica al capitalismo liberale dell’occidente mostrando che l’Islam è compatibile con il libero mercato. La finanza islamica è la vera “terza via”, come è stata definita da molti economisti, poiché la Shari’a, imponendo che tutte le parti di un accordo rendano pubblici i rischi di un’operazione, elimina la presenza di asimmetrie informative che hanno contribuito a far sfociare la crisi dei mutui subprime e ostacola la speculazione valutaria che in passato ha destabilizzato alcuni mercati emergenti. È un rischio lontano anche perché è fondata su un sistema di tracciabilità dei capitali che permette di collegare facilmente fonti e impieghi evitando situazioni indecifrabili. Per quanto riguarda i requisiti preferisco portare l’esempio della statunitense MSI Financial Service Corporation che propone l’acquisto congiunto dell’immobile. Il comproprietario vi risiede e paga l’affitto a prezzi di mercato alla società, inoltre corrisponde una somma mensile che va a decurtare la quota di proprietà della MSI. L’importo pagato decresce progressivamente mese dopo mese, in quanto diminuisce la parte di immobile posseduta dall’impresa e contestualmente aumenta la quota di proprietà del comproprietario musulmano. Il comproprietario deve riacquistare la quota di proprietà della MSI tra i cinque e i quindici anni dopo il contratto. L’immobile viene valutato da un perito ogni anno e le somme dovute alla società vengono aggiornate market to market. E’ richiesto un investimento iniziale minimo del 20% da parte del consumatore islamico, la società paga la sua parte di spese di assicurazione e di tasse immobiliari (tenete conto che se in Italia un investimento iniziale del 20% è la norma, negli Stati Uniti è inusuale e anzi proibitivo). La casa può essere venduta (con l’accordo di ambo le parti) anche prima dell’estinzione del contratto.

Chi sono gli investitori islamici che puntano sul mercato immobiliare italiano ed europeo?
L’Italia è immersa nel Mediterraneo e costituisce un ponte naturale tra l’Europa e i Paesi dell’area MENA (Middle East and North Africa). E’ la nazione con i maggiori legami storici, culturali, antropologici nonché la porta ideale per poggiare le basi di un ponte economico finanziario che colleghi le regioni del Golfo all’Europa. Avendo queste caratteristiche, è naturale che i Paesi del Golfo, in particolare gli sceicchi con eccesso di liquidità, guardino all’Italia con enorme interesse sotto diversi aspetti, non solo per quanto riguarda il mercato immobiliare, e ne è la conferma la visita del ministro degli Affari esteri Franco Frattini ad Abu Dhabi la scorsa domenica per incontrare i vertici dell’Abu Dhabi Investment Authority, il maggior Fondo sovrano del mondo.

Passando all’attualità, come è percepita dai Paesi e dagli investitori finanziari dell’Islam la crisi delle Borse occidentali? Quanto peserà o quanto rappresenterà invece un’occasione di sviluppo? Le banche islamiche potrebbero salvare i mercati, come il fondo sovrano Libico ha tratto in salvo Unicredit?
“Le banche crollano, i soldi vanno in fumo, l'unica cosa che resta è la Parola di Dio”. Cosi aveva dichiarato Benedetto XVI in apertura dei lavori della XII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi del 6 ottobre 2008. Questa espressione rappresenta chiaramente come i musulmani guardano alla crisi attuale. Le banche e i fondi islamici, sulla scena economica italiana, sono visti come una minaccia e non come opportunità proprio perché si sono presentati come cavalieri bianchi in soccorso delle banche e delle imprese italiane. Il sistema economico musulmano è un’ottima occasione di sviluppo se si pensa che il nostro sistema Paese ha bisogno di capitali per aumentare il proprio PIL e promuovere lo sviluppo delle economie e delle imprese. In questo quadro l’Italia dovrebbe promuovere lo sviluppo delle relazioni d’affari tra il suo sistema e i Paesi arabi allo scopo di far nascere un luogo di incontro stabile dove si possano concretamente incrementare le opportunità di business per le imprese italiane e sviluppare l’interazione finanziaria tra l’industria bancaria italiana e quella dell’area del Golfo.



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