
Un piatto ricco per Regioni, Comuni e Province: il decreto legislativo sul federalismo demaniale, approvato il 20 maggio scorso e subito pubblicato in Gazzetta ufficiale, consentirà allo Stato di cedere terreni per un valore complessivo di 1,3 miliardi di euro, e immobili per 1,9 miliardi. Rispetto al testo originario (ricordiamo che si tratta del primo provvedimento a vedere la luce tra quelli previsti per dare attuazione al più ampio disegno di federalismo, scritto nel programma dell’esecutivo), il decreto legislativo uscito dall’esame parlamentare e che a sorpresa ha incassato i voti favorevoli anche dell’Italia dei valori, contiene alcune novità sostanziali, a partire dal fatto che è scritto nero su bianco il vincolo di destinare alla riduzione del debito gli incassi che deriveranno dalla vendita dei beni, che potrà avvenire solo dopo la loro valorizzazione e una valutazione di congruità dei prezzi eseguita dallo Stato. I beni trasferibili sono un bottino ricchissimo da un punto di vista numerico (quello economico potrà essere calcolato solo in un secondo momento, quando terreni ed edifici saranno tutti valutati): 9.127 immobili, 9.832 terreni, 5.150 chilometri di spiagge, 550 chilometri quadrati di laghi, 1.300 fiumi, un milione di ettari di demanio agricolo, 2.990 miniere e circa settanta aeroporti per un valore di 3,2 miliardi di euro. Saranno ceduti a titolo non oneroso ai Comuni che li richiederanno affinché vengano valorizzati ed eventualmente venduti. I beni demaniali, cioè spiagge, laghi e fiumi, passeranno a Regioni e Province e potranno essere ceduti esclusivamente in concessione, ovvero non potranno mai essere venduti. Nel corso dell’esame parlamentare, il testo si è arricchito dell’obbligo di mantenere allo Stato i fiumi che attraversano più Regioni (salvo diverse intese fra queste ultime). Alle Province andranno invece le miniere e i laghi che si trovano per intero sul loro territorio, e una parte dei canoni di concessione sul patrimonio idrico. Ai Comuni potranno andare, insieme con gli immobili ceduti, anche parte degli arredi e dei mobili, e le aree portuali dismesse. Aree protette, parchi nazionali, giacimenti di petrolio e gas, rete autostradale rimarranno invece patrimonio dello Stato, insieme con il demanio militare che per il momento non verrà dato via. La Difesa ha un anno di tempo per comunicare al governo di quali beni non ha più intenzione di godere e che potranno quindi essere ceduti. Esclusi dal provvedimento, e che quindi rimangono patrimonio inalienabile dello Stato, i beni della Presidenza della Repubblica, della Camera, del Senato e degli organi costituzionali. Due i vincoli importanti chiesti e ottenuti dal Parlamento: il passaggio dal demanio al patrimonio disponibile potrà essere deciso solo dallo Stato, mentre sui beni demaniali non potranno mai essere costituiti diritti di superficie. Vuol dire che chi costruisce un locale sulla spiaggia non potrà mai esserne il proprietario, né potrà mai negare il diritto all’accesso all’arenile. Quanto ai tempi di realizzazione delle alienazioni, questi si sono fatti leggermente più lunghi, come richiesto dal parere parlamentare sul testo reso al governo. Entro 90 giorni dalla pubblicazione del testo in Gazzetta ufficiale, le amministrazioni centrali dovranno indicare i beni che intendono conservare, motivando la richiesta sulla quale l’Agenzia del demanio potrà chiedere chiarimenti. Dopo ulteriori 90 giorni, il governo pubblicherà l’elenco dei cosiddetti beni residui, ovvero quelli che potranno essere ceduti agli enti locali. Trascorsi due mesi, Regioni, Province e Comuni dovranno farne richiesta indicando come intenderanno utilizzarli. In caso di destinazione diversa rispetto a quella originaria, sono previste sanzioni (indicate dal parere parlamentare di cui il governo ha tenuto conto). Dopo ulteriori 60 giorni, arriveranno i decreti per il passaggio di proprietà. Questo vuol dire che i primi beni a essere trasferiti potrebbero far data a partire dal marzo 2011. Per impedire speculazioni, i beni patrimoniali potranno essere venduti o ceduti a fondi immobiliari chiusi solo dopo essere stati valorizzati. I fondi dovranno essere largamente partecipati dagli enti locali e dalla Cassa depositi e prestiti. L’incasso che deriverà dalla vendita dovrà andare per il 75 per cento a ridurre il debito (nel caso in cui non esista, alla spesa per investimenti). Il rimanente 25 per cento concorrerà ad abbattere il debito pubblico nazionale. La dismissione dei beni potrà avvenire solo dopo che l’Agenzia del demanio o quella del territorio avranno accertato la congruità dei prezzi di vendita. Quei beni cui nessuno sarà interessato, torneranno allo Stato
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