
Il Parlamento greco ha approvato a metà settembre un emendamento che istituisce una nuova e contestata tassa sulle proprietà immobiliari con l'obiettivo di ridurre il deficit e rispettare gli obiettivi di bilancio del Paese. La nuova tassa, inserita nel pacchetto di austerity imposto alla Grecia dall’Unione europea come una delle misure per uscire dalla crisi, ha provocato una grande sollevazione popolare nel Paese, dove oltre il 70% dei cittadini è proprietario della casa in cui abita. Ma sembra essere una delle poche modalità praticabili per arrivare all’obiettivo di deficit concordato con i creditori di tutto il mondo. Stando alle valutazioni comunicate dall’allora ministro delle Finanze greco Evangelos Venizelos il deficit è da calcolarsi intorno ai due miliardi di euro, mentre nel corso di quest’anno l’economia si contrarrà di quasi il 5,3 per cento. Evangelos ha posto come assoluta priorità della Grecia il pieno rispetto degli obiettivi del bilancio dell’anno in corso, e la tassa sugli immobili sembra essere la sola che può essere applicata da subito per cominciare a realizzare risultati. L’esecutivo in carica a settembre ha deciso che la tassa sarà in vigore per il prossimo biennio, sarà pagata con le bollette della corrente elettrica ed avrà un costo per la cittadinanza che varierà tra i cinque ed i dieci euro al metro quadro. Per quanto impopolare, sia il primo ministro George Papandreu (dimessosi il 6 novembre scorso a favore di un governo di unità nazionale) sia Evangelos hanno sottolineato che si tratta di uno sforzo che l’intera nazione ellenica deve compiere. La misura, che è stata adottata con i soli voti della maggioranza socialista (155 voti su 297 presenti), ha incassato una promozione a metà dalla cosiddetta Troika: Unione europea, Bce (l’Istituto centrale) e Fondo monetario internazionale. Secondo gli ispettori della Ue infatti la nuova tassa genererà solo 1 miliardo di euro di gettito e non 2, come invece prospettato dal governo greco. Per questo si sono poi rese necessarie misure aggiuntive per la Grecia, che alla fine di ottobre, alla vigilia del G20 di Cannes, sembrava sul punto di dovere (o volere) uscire dalla moneta unica, quando il primo ministro Papandreou aveva addirittura prospettato un referendum popolare sulle misure da adottare per venire fuori dalla crisi. Secondo l’Istituto di statistica greco, il settore edilizio è sceso del 20% a livello di superfici costruite nel 2010, sia a causa della crisi economica sia come riflesso delle misure adottate dall’esecutivo. Lo scorso anno sono stati rilasciati nel Paese 49.608 permessi di costruzione per progetti privati, ossia il 10,9% in meno rispetto al 2009. A livello di superficie costruita, il calo è stato del 19,8% e del 23,7% in volume. Se a questi dati si aggiungie l'edilizia pubblica, che rappresenta solo il 3% del totale, il calo e' stato del 19,9% nei centri abitati, dell'11,1% nel numero di permessi e del 24,1% in volume. La riduzione delle superfici costruite ha raggiunto il livello record del 33,6% nell’Attica, vicino ad Atene. Il dato complessivo è ancora più preoccupante se si considera che il settore delle costruzioni è stato a lungo un motore della crescita in Grecia, e insieme con il turismo e la navigazione, rappresenta il 7% del Pil impiegando circa 700.000 persone.
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