
Nel mese di luglio negli Stati Uniti le vendite di case sono scese del 27,2% rispetto a giugno, quando si era registrata una crescita del 20% su maggio, in cui c’era stato invece un crollo del 36,7% dopo la fine degli incentivi federali all’acquisto di nuove abitazioni. La foto restituita da questi dati è implacabile: il mattone negli States è ancora malato e secondo alcuni economisti non c’è speranza di una ripresa in tempi brevi. Il che, in termini socio-economici, potrebbe segnare – come osservato dal corrispondente di Repubblica Federico Rampini – la fine negli Usa del mito del mattone bene rifugio, base finanziaria del sogno americano. Dal dopoguerra in poi il valore immobiliare della casa, considerato rivalutabile all’infinito, ha fornito alle famiglie americane la garanzia per pagare, attraverso ipoteche sulla casa, i cui interessi in Usa sono interamente deducibili dal reddito, i propri sogni: dall’acquisto della casa stessa a quello dell’auto, dalla vacanza al college per i figli. L’esplosione della bolla immobiliare, innescata dai mutui subprime nel 2008, ha mandato in stallo questo circolo virtuoso, trasformandolo in un vortice infernale: il crollo delle compravendite ha determinato la caduta verticale dei prezzi, facendo sì che le famiglie in difficoltà e non più in grado di pagare le rate non trovano riparo nemmeno nella vendita dell’abitazione, il cui valore si è ridotto drasticamente rispetto a quello per il quale si erano indebitate. Tornando ai numeri del real estate Usa, diffusi il 23 agosto nel rapporto mensile del National Association of Realtors (NAR), l’associazione che rappresenta oltre 1,2 milioni di agenti immobiliari americani, le vendite di abitazioni hanno raggiunto un ritmo annuo di 3,83 milioni di unità, il più basso dal maggio 1995 e nettamente inferiore al calo del 12% stimato dagli economisti che prevedevano un andamento annuo di 4,7 milioni di unità. Rispetto a questa tendenza negativa si è registrata una lieve risalita dei prezzi pari allo 0,7% annuo. Un dato solo apparentemente positivo, che indica come dopo mesi di riduzione il costo delle case stia cercando di stabilizzarsi rispetto a una situazione da montagne russe, e del tutto insufficiente a rassicurare l’economia e le Borse mondiali. Le notizie sull’andamento del mattone Usa hanno infatti messo ko, nell’ultima settimana di agosto, tutti i principali listini azionari, da Wall Street a Piazza Affari, passando per Tokyo. Il rischio di una nuova crisi dell’immobiliare ha spinto la Casa Bianca, attraverso il portavoce Bill Burton, a sottolineare la necessità di fare di più per l’economia, mentre gli analisti hanno osservato come il comparto stia scivolando verso una nuova recessione. A gettare acqua sul fuoco ci ha provato il NAR. Lawrence Yun responsabile economico dell’associazione, ha evidenziato come la fine, ad aprile, del sostegno federale all’acquisto di abitazioni (consistente nella concessione di un credito d’imposta) abbia costituito un elemento di destabilizzazione del mercato che giustifica l’effetto altalenante dei prezzi e la sostanziale riduzione delle transazioni tra maggio e luglio. Riduzione che proseguirà secondo Yun per tutto il mese di settembre, dopo il quale grazie all’appetibilità degli interessi sui mutui e alla grande disponibilità di abitazioni, si potrebbe assistere a un’inversione di tendenza, purché – ha concluso – “l’economia riesca a creare nuovi posti di lavoro”. Pensa positivo anche il presidente del NAR Vicky Cox Golder, che si è detta convinta di una crescita delle compravendite nel quarto trimestre dell’anno, spinta da tassi di interesse, attualmente ai minimi storici. Questi potrebbero, secondo la Cox, favorire la ripresa degli investimenti immobiliari da parte delle famiglie che hanno mantenuto un reddito medio alto e una solida posizione lavorativa. Per dirla con l’avvertimento lanciato ad agosto dal focus mensile dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione dello sviluppo economico cui aderiscono 32 Paesi tra cui quelli della Ue e gli Stati Uniti, il futuro dell’economia dei Paesi industriali che stanno uscendo ora dalla crisi dipenderà dalla capacità di ritornare ai livelli occupazionali pre-crisi. Per fare questo servono 15 milioni di nuovi posti di lavoro.
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