
Nuclei familiari e giovani coppie a basso reddito, anziani in condizioni sociali o economiche svantaggiate, studenti fuori sede, affittuari sottoposti a sfratto esecutivo, immigrati regolari.
Ecco a chi si rivolge il piano casa varato dal governo Berlusconi lo scorso 18 giugno e contenuto nel decreto legge sui conti pubblici apparso in Gazzetta ufficiale una settimana dopo (il 25 giugno), e dunque già operativo. Per superare “in maniera organica e strutturale” – si legge nel provvedimento – “il degrado urbano” che deriva dalla carenza ormai strutturale di alloggi in affitto a canoni accessibili alle fasce disagiate, il Comitato interministeriale per la programmazione economica approverà, su proposta del ministero delle Infrastrutture di concerto con quello per le Politiche giovanili, un programma nazionale di edilizia abitativa, che dovrà essere trasmesso entro 60 giorni dall’entrata in vigore del decreto (e dunque entro il 24 agosto) alla Conferenza unificata.
L’obiettivo, da raggiungere attraverso accordi di programma, è quello di incrementare il patrimonio immobiliare e di mettere a disposizione delle fasce deboli, per locazioni a canoni convenzionati e per edilizia sovvenzionata, il 60% degli alloggi realizzati. E’ innanzitutto prevista la creazione di fondi immobiliari per acquisire o realizzare ex novo unità immobiliari, con interventi sovvenzionati dal pubblico su proposta di promotori immobiliari privati, da realizzare attraverso le procedure agevolate previste dalla cosiddetta legge Obiettivo (la 443 del 2001). I programmi di promozione di edilizia sociale potranno anche essere realizzati attraverso promotori immobiliari che, in cambio, acquisiranno diritti a costruire, agevolazioni fiscali e premi in volumetria edificabile.
Il piano casa stabilisce poi agevolazioni, anche amministrative (quindi semplificazioni) per le cooperative edilizie costituite tra i destinatari degli interventi: dunque giovani coppie e nuclei familiari con basso reddito, studenti fuori sede, immigrati, etc., prevedendo anche termini di durata predeterminata per la partecipazione di ciascun socio, in considerazione del carattere transitorio dell’esigenza abitativa.
Prevista poi la vendita delle case dell’Istituto autonomo case popolari. I numeri sono ragguardevoli: gli appartamenti che potrebbero passare di mano e diventare di proprietà degli attuali inquilini sono circa un milione, per un incasso al momento difficilmente stimabile. I procedimenti per la cessione dovranno essere definiti entro sei mesi in Conferenza unificata perché le aziende che gestiscono questo patrimonio immobiliare sono regionali, mentre il diritto di opzione per l’acquisto sarà in capo agli assegnatari degli alloggi, ai coniugi e in subordine ai conviventi almeno da cinque anni, e ai figli. Il riferimento per il prezzo di vendita sarà il canone di locazione e non più, come accadeva in passato, la rendita catastale. In seguito a questa operazione, Regioni e Comuni potranno liberare risorse importanti da destinare a interventi contro il disagio abitativo: se a Catasto il valore del patrimonio immobiliare Iacp si aggira attorno ai 30 miliardi di euro, è prevedibile che sul mercato que-sto possa triplicarsi.
L’intera operazione casa, infine, dovrebbe finanziarsi da sé grazie ai fondi non utilizzati del precedente programma casa varato con il collegato alla Finanziaria 2008 (decreto legge 159 del 2007): 550 milioni per gli sfrattati, altre somme che derivano dai finanziamenti per la costruzione di alloggi per le forze armate (decreto legge 152 del ’91), 100 milioni che sarebbero dovuti servire a una società di scopo del Demanio per ristrutturare immobili pubblici da affittare a canoni agevolati. A questi soldi si aggiungono i fondi mai utilizzati previsti dalla Finanziaria 2007, relativi sempre a un mini-piano casa mai decollato, e che si aggirano intorno ai 30 milioni.
La ricetta del ministro dell’Economia Giulio Tremonti per risolvere l’emergenza-casa è l’ultima di una lista abbastanza nutrita di progetti mai portati a termine (e dai quali derivano le somme appena menzionate): è del ’98 il primo piano casa (la legge 431 di quell’anno), promossa dall’allora Pds. Diede vita alla liberalizzazione degli affitti e avrebbe dovuto risolvere il problema della carenza di alloggi incentivando i canoni agevolati.
SICUREZZA IMPIANTI: NIENTE PIÙ CERTIFICAZIONI PER TRANSAZIONI
Tutti gli obblighi introdotti dal decreto del ministero dello Sviluppo economico n. 37 del 2008, in fatto di certificazione della sicurezza degli impianti degli edifici anche per gli atti di compravendita o locazione degli immobili sono stati cancellati a partire da 25 giugno scorso. Lʼarticolo 35 del decreto legge 112/2008, il provvedimento sui conti pubblici che contiene anche il Piano casa, ha infatti disposto la soppressione dellʼarticolo 13 del provvedimento firmato a gennaio scorso dallʼex ministro Pierluigi Bersani. Un testo che aveva creato non poca preoccupazione tra addetti ai lavoratori e proprietari che si sono trovati a dover far i conti con ulteriori costi e noie burocratiche. I nuovi obblighi imponevano, tra lʼaltro, la conservazione di tutta la documentazione amministrativa e tecnica e del libretto di uso e manutenzione degli impianti, oltre alla consegna di questi atti allʼeventuale acquirente o locatario dellʼabitazione (si veda AI, n. 3/2008). Lʼintervento previsto dal decreto legge 112/2008 non si limita però solo a eliminare i nuovi adempimenti correlati alle transazioni. In un primo momento, infatti, leggendo la bozza del testo, lʼintenzione del governo era quella di cancellare lʼintero provvedimento Bersani, mentre nella versione definitiva è stato deciso di sopprimere solo lʼarticolo 13, stabilendo però il successivo varo, da parte del ministero dello Sviluppo economico, di appositi decreti per semplificare lʼintera disciplina relativa allʼistallazione e certificazione degli impianti negli edifici. I nuovi provvedimenti dovranno anche ridefinire il sistema di verifica e il regime sanzionatorio in caso di violazione degli obblighi connessi alla sicurezza degli apparati.
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