
Il 16 settembre scorso fallisce Lehman Brothers, la quarta Banca d’affari americana, con 53 miliardi di titoli liquidi (ov-vero che non hanno possibilità di essere scambiati perché privi di valore) legati ai famigerati subprime,
3,9 miliardi di perdite nell’ultimo trimestre e 613 miliardi di debiti. E’ un segnale de-flagrante per l’Europa. Nei giorni a seguire gli operatori del set-tore contano perdite a fine seduta per miliardi di euro. Improvvisamente l’Europa si sveglia e scopre che la crisi fi-nanziaria americana si sta per estendere anche nel vecchio continente. Il gruppo belga-olandese Fortis, che in seguito alla crisi dei mutui subprime aveva già accusato perdite per circa due miliardi di euro, viene nazionalizzato con l’intervento dei governi di Belgio, Olanda e Lussemburgo e un esborso com-plessivo poco superiore agli 11 miliardi. In Inghilterra le due banche Hbos e Royal Bank of Scotland, hanno perso martedì7 ottobre il 40% in una sola seduta. Un segnale di totale sfidu-cia nel sistema. Il primo ministro Gordon Brown e il cancelliere dello Scacchiere Alistair Darling stanziano 50 miliardi di ster-line (pari al 20% del valore degli istituti quotati) per tentare di risollevare i due istituti, colpiti da una grave crisi di liquidità. Dilì a breve verrà nazionalizzata anche un’altra banca inglese, la Bradford and Bingley. E in Germania Hypo Real Estate, istituto tedesco specializzato in mutui in difficoltà, ottiene una linea di credito (per una cifra imprecisata) da un consorzio di banche pubbliche, evitando così i rischi di un possibile fallimento. Inol-tre l’istituto tedesco riferisce che il previsto dividendo 2008 è stato annullato. In Italia Unicredit è nell’occhio del ciclone. In varie sedute il titolo viene sospeso più volte al ribasso. Con un piano di ricapitalizzazione, Profumo e company pongono un argine alla crisi, almeno per il momento. Ricapitalizzazione diretta delle banche da parte del ministero dell’Economia con la sottoscrizione o la garanzia di aumenti di capitale e garanzia aggiuntiva a quello del Fondo interban-cario di tutela dei depositi. Sono questi i cardini del decreto legge per garantire la stabilità del sistema creditizio approvato dal Consiglio dei ministri l’8 ottobre e in vigore dal giorno suc-cessivo. Naturalmente la valutazione delle condizioni per l’in-tervento del ministero dell’Economia è effettuata dalla Banca d’Italia. Intanto in America viene approvato dal Congresso il maxi-stanziamento da 850 miliardi di dollari (il precedente piano – cosiddetto Mammuth – che stanziava 400 miliardi di aiuti viene giudicato insufficiente ). In questa crisi l’Europa sembra essersi ritrovata – dopo un primo iniziale smarrimento –, decretando una serie di punti o linee guida comune a tutti i Paesi membri, che prevede:un’adeguata liquidità alle istituzioni finanziarie, garanzie sui prestiti, ricapitalizzazione efficiente delle banche in difficoltà da parte dei governi, revisione delle regole, coordinamento delle procedure tra i governi europei. In sostanza il lavoro dell’Eurogruppo mira a non far fallire le banche. E, congiunta-mente, a tentare di riportare la fiducia nei mercati ridotta ai minimi storici. Fiducia anche nel mercato interbancario, garan-tendo contro i rischi d’insolvenza le operazioni di finanzia-mento tra gli istituti di credito, il vitale mercato interbancario che è semi-paralizzato. Ma l’aspetto a cui dovranno saper far fronte i capi di Stato sarà “il dopo piano”. Non sarà semplice ridare fiducia ai cittadini. Il perché è presto detto. Tirando le prime somme (sperando che non se ne aggiungano altre) dei numerosi piani nazionali che hanno applicato le direttive del vertice di Parigi, si arriva a un costo pari a 2400 miliardi di dol-lari. Sarà difficile invocare la fiducia del consumatore, quando,da cittadino, dovrà far fronte “al piano anticrisi” in termini di una maggiore pressione fiscale. Anche perché il poderoso au-mento dei deficit pubblici provocato dai salvataggi bancari si sovrappone a una congiuntura economica poco brillante (forse recessione per il prossimo futuro), che a sua volta deprime le entrate fiscali degli Stati. Ma soprattutto distrae risorse utili a sostenere la crescita economica, impedisce un aiuto concreto a tutti quei settori industriali in crisi, settori dai quali si do-vrebbe ripartire per ricreare un clima di fiducia attorno a un’economia “di tutti i giorni”, troppo vessata da una finanza arrogante e non veritiera. Regolamentare il mercato dei titoli derivati è un obbligo doveroso e funzionale. Non è concepi-bile che questo mercato di carta valga 55.000 miliardi di dol-lari, quattro volte il Pil degli Stati Uniti. Non sarà facile spiegare ai cittadini europei che le risorse per infrastrutture, istruzione,pensioni, sanità, ricerca, innovazione, tutela dei salari, sono state destinate in larga parte a chi la crisi l’ha provocata e na-scosta dietro falsi bilanci. Sarà difficile chiedere loro di avere fiducia se prima non verranno riscritte le regole. Regole certe e rispettate, con un’Autorità che sia tale. Regole che dovranno tutelare i cittadini e ridare loro fiducia. È su questo elemento fondamentale che l’Europa si gioca il proprio futuro.
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