
Dopo due anni di navetta tra Camera e Senato, il 3 marzo scorso l’Aula di palazzo Madama ha dato quello che si pensava fosse il via libera definitivo al disegno di legge sul lavoro, l’ultimo collegato alla Finanziaria 2009. Tra le norme contenute nel provvedimento, l’articolo 31 ha stabilito la possibilità di affidare a un arbitro, invece che a un giudice, la risoluzione delle controversie fra lavoratori e datori di lavoro. Disposizione giudicata una “controriforma” dai giuslavoristi, e che a detta dei sindacati aggirerebbe l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che tutela i dipendenti dal licenziamento senza giusta causa con la possibilità di ricorrere al giudice del lavoro. Ed è proprio su questa norma, oltre che sull’estrema eterogeneità del provvedimento, partito con un testo di soli nove articoli e licenziato con 50, che il Capo dello Stato Giorgio Napolitano ha concentrato i suoi rilievi rinviando, il 31 marzo scorso, alle Camere il provvedimento. Per il Quirinale infatti è necessario che il Parlamento ridefinisca il testo, garantendo una maggiore tutela ai lavoratori. Commentando la decisione del presidente della Repubblica, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha auspicato un rapido riesame parlamentare del ddl. Sacconi ha poi circoscritto i nodi sollevati da Napolitano con riguardo all’articolo 31: una più precisa definizione dell'arbitrato, i limiti entro cui ammettere la possibilità per il lavoratore di concordare il rinvio agli arbitri di futuri contenziosi all'atto dell'assunzione e lo spazio di intervento sostitutivo del ministro in caso di mancato accordo tra le parti sociali.
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