
Le misure di liberalizzazione urbanistica contenute nell’intesa raggiunta tra Governo, Regioni e Autonomie locali sono apprezzabili perché costituiscono un segnale importante, che non potrà non esercitare benefici effetti, soprattutto sul piano psicologico.
Ma una misura perlomeno altrettanto efficace, se non più efficace, che rimetterebbe immediatamente in moto l’edilizia sarebbe il rilancio dell’affitto attraverso la tassazione separata dei canoni. Se la locazione di immobili – oggi soffocata dalla fiscalità erariale e locale – tornasse alla redditività, infatti, il recupero di tanti immobili oggi inutilizzati sarebbe immediato. Al proposito, la Confedilizia calcola che in Italia vi siano fra i 700 e gli 800 mila alloggi che non vengono attualmente affittati perché bisognosi di ristrutturazioni edilizie e di rimesse in pristino che i proprietari non possono eseguire data la redditività zero della locazione. Se la maggioranza – dando attuazione, fra l’altro, ad un preciso punto del suo programma, ma anche dell’opposizione – varasse la tassazione separata dei redditi da locazione a mezzo di cedolare secca almeno per i contratti a canone calmierato dagli accordi che Confedilizia ha stipulato in tutta Italia con i sindacati inquilini, i proprietari di casa metterebbero immediatamente mano ai necessari lavori edilizi. Se si trovano molti soldi per costruire ex novo e solo per sempre più costruire, non dovrebbe essere difficile trovare una somma limitata (meno di 200 milioni, secondo i calcoli dell’Ufficio Studi della Confedilizia) per una azione immediata, che risolverebbe problemi abitativi anche ripristinando la mobilità sul territorio. La misura in questione favorirebbe, inoltre, la destinazione alla locazione anche di circa 40mila alloggi attualmente invenduti, come da tempo suggerito dalla Confedilizia sulla scia di quanto già fatto in Spagna, contribuendo, all’evidenza, anche ad agevolare tutte quelle famiglie alla ricerca di immobili in affitto, magari quale via d’uscita da mutui già in essere ovvero quale alternativa all’accensione di nuovi mutui. Ciò che, invece, non serve affatto a rilanciare l’edilizia ma solo a gravare la proprietà di adempimenti cartacei è il libretto casa (per chiamarlo – al di là di retoriche definizioni con le quali si tenta di farlo percepire come una cosa seria – col suo vero nome, e come sempre infatti l’hanno chiamato – e lo chiamano – i professionisti che per esso, e la cosa è ovvia, si battono), di cui, tuttavia, in questi ultimi tempi si è tornato a parlare a seguito del terremoto dell’Abruzzo. Ma per la sicurezza dei nostri immobili la cura adatta non è certo rappresentata da questo vecchio arnese – inventato dal Governo D’Alema – che non fa altro che mettere assieme documenti e dati già ben noti. Il Tar Lazio (con sentenza integralmente confermata dal Consiglio di Stato) lo ha per questo condannato, rilevando come il libretto casa non possa “legittimamente essere il duplicato dei dati già acquisiti o esisten-ti presso la P.A. e che sono richiesti sol perché essa non è in grado di ordinarli e valutarli correttamente” e che “è illegittima l’imposizione di oneri complessi e di peso eccessivo, per tutti i tipi di edifici e senza una minima discriminazione tra loro”, aggiungendo altresì che la legge “non ammette interventi ed opere generalizzate sugli edifici di qualunque genere, età e condizione, sicché gli accertamenti, al fine d’evitare oneri eccessivi e senza riguardo al loro peso sulle condizioni economiche dei proprietari, devono esser suggeriti solo in caso d’evidente, indifferibile ed inevitabile necessità, se del caso con graduazione dei rimedi da realizzare”. Quella della giustizia amministrativa è stata, non v’è dubbio, una condanna senza appello. Riproporre il libretto significherebbe sprecare, ancora una volta, tempo e danaro pubblico.
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