
Una settimana dopo l’altra, quello che per Silvio Berlusconi doveva essere il suo ennesimo provvedimento lampo per dare finalmente soluzione all’emergenza abitativa, è diventato una specie di tormentata scalata a una montagna di cui non si vede la vetta.
E’ dai primi giorni dello scorso mese di marzo che il capo del governo annuncia con sicurezza che la “prossima settima” il Consiglio dei ministri avrebbe varato il “Piano Casa”. Piano che, è bene precisare, ha ben poco a che vedere con il concetto tradizionale di intervento per la casa. Quello che man mano si è delineato nelle settimane che hanno seguito il primo annuncio del premier, non ha nulla del piano Fanfani per l’edilizia residenziale pubblica degli anni ’60 e nemmeno di quello varato meno di due anni fa dal governo di Romano Prodi e solo di recente sbloccato, dopo un faticoso accordo tra Regioni e il ministero dell’Economia. Il progetto pensato da Berlusconi infatti ha un target preciso ed è quello della semplificazione delle norme in materia edilizia, per permettere a privati, ma anche agli enti pubblici, di poter ampliare la cubatura della propria abitazione o di abbatterla e ricostruire più grande, in modo da permettere a chi ne avesse la possibilità di ricavarne spazio per farne un appartamento per figli, paranti o eventuali inquilini. Dunque, non un progetto per costruire migliaia di nuovi alloggi, ma per snellire quelle procedure che ostacolano la possibilità di sfruttare quello che già esiste. Anche se, a dire il vero il sogno del premier è molto più grande. Il primo aprile scorso, quando dopo un mese di trattative Regioni e governo hanno raggiunto l’intesa sulla forma, sui contenuti e sui tempi dell’intervento, il presidente del Consiglio ha lanciato l’ipotesi di un progetto di edilizia residenziale pubblica più ampio con la nascita di New Town: delle città a misura d’uomo, o ancora meglio, come affermato da Berlusconi, “a misura di bambino”, da costruire ex novo pensando in particolare alle giovani coppie. A mettere però i bastoni tra le ruote dei buoni proposti del Capo del governo, oltre al confronto istituzionale e politico, ci si è messo l’imponderabile: il terremoto in Abruzzo. Un’emergenza che ha reso necessario un nuovo sforzo per il Paese ma che ha imposto al governo di ripensare il provvedimento su cui solo pochi giorni prima era a un passo dal raggiungere la quadratura del cerchio. Ma ripercorriamo le tappe di questo dibattito politico, sociale e culturale che rimarrà in primo piano anche nei prossimi mesi, perché dopo gli annunci lampo l’atteso Piano Casa all’italiana ancora non c’è. Il 6 marzo scorso il Comitato interministeriale per la programmazione economica dà il via libera al nuovo programma di grandi opere previsto dagli ultimi provvedimenti contro la crisi e fortemente chiesto da Confindustria per riaprire cantieri, sbloccando risorse per 17,8 miliardi di euro, di cui 16,6 destinati a interventi infrastrutturali (non ultimo il Ponte sullo Stretto) e 1,2 miliardi all’edilizia scolastica e carceraria. Quasi contestualmente Berlusconi annuncia che il governo si appresta a varare un nuovo provvedimento sull’edilizia, “un piano straordinario con effetti eccezionali sulla casa”, afferma il premier dando la cosa praticamente per fatta. In questo modo, forse, il premier puntava a rispondere anche a chi, come l’Ance (Associazione nazionale dei costruttori edili), ha fatto pressione non solo per la riprogrammazione delle grandi opere, ma anche per la messa in moto di nuovi interventi di piccola dimensione. Sta di fatto che dal 7 marzo in poi sulla stampa nazionale inizia il tam tam d’indiscrezioni su cosa prevede il nuovo Piano casa. Si parla da subito di un progetto che permetterà di ampliare gli edifici esistenti del 20%, di abbattere quelli realizzati prima del 1989 per ricostruirli, con il 30% di cubatura in più, ma solo utilizzando i più moderni standard qualitativi, architettonici, energetici; di abolire il permesso di costruire per sostituirlo con una certificazione di conformità, giurata, da parte del progettista, di rendere più veloci e certe le procedure per le autorizzazioni paesaggistiche. Spunta anche l’ipotesi di semplificazione delle procedure di cambio di destinazione d’uso, il tutto realizzato in poco tempo con un decreto legge messo all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri convocato per il 13 marzo 2009. Immediate le reazioni politiche, istituzionali e di tutti i soggetti chiamati in causa, da architetti e urbanisti ai costruttori. Il neo leader del Pd Dario Franceschini bolla l’iniziativa come "una cementificazione dell'Italia" e per di più anche "campata sulla luna", mentre Massimo Donadi dell’Idv ironizza: il Pdl? “E’ la casa delle libertà abusive". Più cauto il numero uno dell’Udc Pierferdinando Casini che dopo aver chiesto di "capire bene di cosa si tratta", non nega il rischio di un’eccessiva liberalizzazione del mattone. Ma a decidere lo stop al progetto sono le Regioni e gli Enti locali: quella dell’edilizia è materia concorrente, ricorda il presidente della Conferenza Stato-Regioni Vasco Errani, e su questo presunto decreto legge non è stato chiesto il parere né dei governatori né degli Enti. Non si tratta più quindi di un “normale” scontro politico, si profila piuttosto uno strappo istituzionale senza precedenti. Quello che contestano amministrazioni regionali e locali, al di là dei contenuti, è la forma: non si possono rivoluzionare norme urbanistiche e del paesaggio per decretazione d’urgenza e soprattutto senza chiamare in causa chi sul territorio, in base alla Costituzione, ha pieni poteri. L’appuntamento a palazzo Chigi del 13 marzo per il via libera al Piano casa si trasforma quindi in una discussione preliminare tra i ministri. Il varo dell’intervento slitta e sulla questione arriva anche il monito del Quirinale. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrive a Berlusconi per chiedergli un’attenta riflessione sull’intervento e soprattutto sottolinea la necessità di cooperare e tener conto delle osservazioni e delle posizioni espresse da Regioni ed Enti locali. I tempi si allungano, il governo rivede le proprie intenzioni e da un provvedimento d’urgenza unico studia un’azione in due tempi: un decreto legge in cui fissare alcune procedure di semplificazione in materia edilizia, immediatamente operative e da intendere anche come misure anticrisi, e un disegno di legge delega con cui metter mano all’aggiornamento delle norme su urbanistica e paesaggio. Dopo un intenso confronto, il 30 aprile la Conferenza Unifica sancisce l’intesa, ratificata il primo aprile nel corso di un Consiglio dei ministri straordinario. La questione sembra ora essere chiara, i tempi certi e i toni del confronto smussanti. L’intervento su cui Regioni e governo hanno raggiunto l’accordo è declassato dallo stesso Berlusconi da “Piano Casa” a “un piano famiglia che viene incontro alle esigenze di ampliamento” delle case mono e bi-familiari. Governatori e amministrazioni locali hanno ottenuto che il decreto d’urgenza stabilisca che la possibilità di ampliare le abitazioni tra il 20 e il 35% sia ricondotto alle sole norme di semplificazione procedurale, subordinando a normative regionali le modalità per procedere alle ristrutturazioni, che dovranno avvenire sempre nel rispetto della regolamentazione nazionale e regionale di tutela del paesaggio, dell’ambiente e della qualità architettonica. Con l’intesa sono anche definiti tempi tecnici per l’adozione dei provvedimenti: entro dieci giorni (quindi entro l’11 aprile 2009) il governo, previo parere delle Regioni, avrebbe definito i contenuti del decreto legge, mentre le amministrazioni regionali entro 90 giorni avrebbero dovuto adottare le proprie leggi per darne attuazione. Del reso ha riconosciuto lo stesso Berlusconi questo intervento è solo un assaggio. “Il vero piano casa”, arriverà prossimamente, annuncia il premier e consisterà nella realizzazione di “insediamenti urbani in ogni capoluogo di provincia”. Spunta così il sogno di un programma di edilizia residenziale pubblica, che sia alla base della nascita delle “New Town”. L’idea lanciata dal presidente del consiglio, che prevede anche una fase preliminare per il reperimento di risorse aggiuntive, è accolta positivamente dai governatori, anche se il presidente delle Regioni Vasco Errani ha ricordato l’urgenza di nuove disposizioni per il rilancio delle locazioni, con l’introduzione della cedolare secca sui redditi d’affitto. Tutto sembra dunque pronto, circolano sui quotidiani nazionali anche le prime bozze su cui persino i giudizi più negativi lasciano spazio a nuove valutazioni. Ma nella notte del 6 aprile tutto cambia. Il sisma che ha colpito la provincia de L’Aquila rimescola le carte. La priorità diventano i soccorsi e quindi la ricostruzione. Regioni e governo concordano sulla necessità di rinviare il Piano Casa per concentrarsi sull’emergenza, anche perché nel testo del decreto legge predisposto solo pochi giorni prima dal governo, tra le norme di semplificazione ce n’è un quanto meno imbarazzante: un intero articolo sullo snellimento delle procedure antisismiche. Una disposizione del tutto stridente con la tragica inadeguatezza delle costruzioni evidenziata dal terremoto. In sostanza tutto da rifare o quasi, e ai primi di maggio, mentre l’Agente immobiliare va in stampa, del Piano casa all’italiana si sono perse le tracce.
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