
Gli esperti del marketing territoriale assicurano che eventi culturali in grado di attirare migliaia di persone, oltre che giovare al mercato del turismo, possono dare un impulso concreto al settore immobiliare delle zone che li ospitano. In attesa di scoprire come si muoveranno i flussi del 2010 sulla capitale, di certo si può battezzare la mostra su Caravaggio, che fino al prossimo 13 giugno continuerà ad andare in scena alle Scuderie del Quirinale a Roma, un grande, irripetibile evento. I numeri sono chiari: 5.000 visitatori al giorno e un volume di prenotazioni che fa stimare in circa mezzo milione le persone che, una volta chiusi i battenti, si saranno disciplinatamente messe in fila sotto alle finestre del presidente Napolitano e avranno staccato il biglietto per ammirare i 24 capolavori che Michelangelo Merisi dipinse nel corso di una quindicina d’anni, prima cioè di concludere prematuramente una vita fatta di genio, di fughe, di eccessi e di violenze. Caravaggio è morto nel 1610 e l’anniversario celebrato quest’anno è stato il pretesto per riuscire a esporre il migliore campionario di opere di sicura attribuzione mai visto, ma è stata anche la grande difficoltà, visto che non soltanto a Roma era venuto in mente di allestire una mostra in grande stile per l’occasione. La concorrenza, però, nulla ha potuto contro la collezione messa insieme da Claudio Strinati, ideatore dell’iniziativa e per molti anni soprintendente a Roma. Improvvisamente l’esigenza di ammirare da vicino le preziose tele si è fatta impellente anche per quelle fasce di persone che i musei li frequentano poco, quelle che, pur vivendo nella capitale o in altre città d’arte italiane, molto difficilmente dedicano qualche angolo del loro tempo alla contemplazione dei grandi classici della pittura, Caravaggio compreso. Una sorta di fanatismo collettivo, dunque, ben sostenuto da un passaparola contagioso e da una strategia di comunicazione illuminata, che ha puntato immediatamente al grande pubblico anche attraverso trasmissioni televisive di vasto ascolto, da Domenica in a Che tempo che fa, per dare immediatamente la sensazione di avere a che fare con un blockbuster, un appuntamento da non mancare per non restare un passo indietro rispetto al vicino di casa o al collega di ufficio. Ma il merito più grande, naturalmente, va a lui, Michelangelo Merisi da Caravaggio. Uno che, nonostante il passare dei secoli, si fa capire immediatamente da chiunque si trovi davanti a un suo quadro, che sia un vecchio intellettuale o un ragazzo svogliato a scuola. “Caravaggio è come una rockstar”, ha azzardato Strinati. Già, è uno che la rabbia e l’energia le fa uscire, anziché da una chitarra distorta, da un uso sapiente e rivoluzionario della luce sulla tela. Non per niente, nessuno esce deluso dalla mostra. I palati più fini si beano davanti al particolare, i tipi più teatrali denunciano sintomi della sindrome di Stendhal, con brividi e mancamenti improvvisi di fronte al capolavoro, mentre le anime più semplici si rincuorano per la lunghezza non eccessiva dell’esposizione e si sentono finalmente chiamati in causa quando vedendo i quadri di Bacco, dei Musici o del Ragazzo con la canestra di frutta riconoscono trionfalmente figure note sin dai tempi del sussidiario e poi via via alimentate da fiction televisive e immagini pubblicitarie. Qualche visitatore, magari, ha un sussulto di malinconia patriottica scoprendo nei testi illustrativi posti vicino ai quadri che alcuni dei pezzi migliori sono stati regolarmente venduti dal nostro paese negli anni cinquanta e sessanta del novecento a musei lontani, magari a Londra o a Berlino, o addirittura a Kansas City o a Forthworth, nella remota Arizona. Poi, però, si rende conto che proprio nel fatto di vedere riuniti per una volta capolavori generalmente lontani migliaia di chilometri l’uno dall’altro sta l’unicità dell’esperienza appena vissuta. E inevitabilmente la soddisfazione prevale, fosse solo per il pensiero di poter discettare da ora in poi sull’argomento di fronte a chi la mostra non l’ha ancora vista.
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