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Mediamente

Terrorismo mediatico, i giornalisti respingonole accuse


Le firme della stampa economica italiana si interrogano sulla trasparenza dell’informazione

04.11.2009

Terrorismo mediatico, i giornalisti respingonole accuse - Le firme della stampa economica italiana si interrogano sulla trasparenza dell’informazione

 

Una crisi profonda, altro che mediatica. Messi dietro la lavagna inizialmente per aver sottovalutato il fenomeno dei mutui subprime e poi per aver enfatizzato a dismisura la portata di una stagnazione economica globale che ha coinvolto pesantemente anche il settore immobiliare, i professionisti dell’informazione passano al contrattacco: nessuna esasperazione, nessuna tentazione di scendere nel sensazionalismo e nessuna spinta a truccare le carte per favorire questo o quel gruppo di potere. “Io non penso che ci sia stata un’esagerazione da parte dei media italiani – spiega Stefano Lepri (La Stampa) - C’è spesso una tendenza alla grossolanità e alla forzatura nella stampa, ma in questo caso no. La nostra società si sta inoltrando davvero in territori inesplorati e non sappiamo bene cosa succederà perché una stagnazione come quella attuale non ha precedenti”.
Le accuse, però, sono velenose. “In un momento come questo – punta l’indice Giuseppe Granieri, saggista esperto di media e innovazione - il sensazionalismo, giocare con la fiducia dei cittadini, diventa pericolosissimo. Il 99,9% delle persone che fanno il mercato (con le loro spese mensili e i risparmi) non hanno informazioni di prima mano, ascoltano il racconto dei media e respirano un'atmosfera. Se si convincono che le cose vanno male, smettono di investire, di pensare al futuro, non alimentano più il sistema su cui si regge tutto il resto”. Niente di tutto ciò, almeno a giudizio di Lepri: “Ci sono importanti organismi internazionali che sono fortemente pessimisti, non mi pare che ci sia allarmismo negli organi di informazione, c’è casomai che alcuni nostri esponenti politici cercano, invece, di sostenere che non è successo nulla. Berlusconi continua a dire che non è niente di grave, anche se Tremonti in certi momenti lo smentisce”. Sulla stessa linea Carlo Bastasin (Il Sole 24 Ore), che scrive: “E’ senso comune che il linguaggio ad effetto dell’informazione e i titoli sulla fine del mondo conosciuto abbiano modificato la nostra percezione della realtà creando un clima di depressione non solo psicologica. Secondo un sondaggio, il 77% degli americani è convinto che i media abbiano aggravato la crisi. In Italia il risultato sarebbe forse ancora più netto. Ma questa sbrigativa condanna dei media offre una scorciatoia, francamente rozza, all’analisi che circola nei Palazzi e che recita con tono consolatorio: se non fosse per i media le cose andrebbero bene”.
Gli organi di informazione italiani, però, potrebbero aver commesso un altro tipo di errore. Giovanni Lombardo (Italia Oggi) propone una lettura diversa: “Se i media hanno una colpa è quella di non aver saputo chiarire bene la differenza tra la crisi finanziaria globale e una crisi economica che in Italia stava già dando segnali significativi da tempo. Il calo dei consumi, la stasi occupazionale e l’affanno crescente di aziende importanti del nostro paese annunciavano tempi difficili. I media sbagliano forse quando indicano l’Italia come un paese già vittima della crisi finanziaria mondiale, mentre probabilmente il peggio verrà nei prossimi mesi. Ciò che è accaduto fino a ora è frutto quasi esclusivamente di una crisi strutturale”. Questa distinzione, peraltro, potrebbe spiegare in parte l’anomalia che contraddistingue l’andamento del settore immobiliare, in frenata di pari passo con l’andamento generale dell’economia e in controtendenza rispetto alla consuetudine di aggrapparsi al mattone nei momenti in cui il sistema bancario è in sofferenza e offre meno garanzie. “Non escludo che se si dovessero manifestare tendenze inflazionistiche l’immobiliare possa riprendere a crescere - ragiona Stefano Lepri - Se tutti gli interventi governativi per salvare l’economia comporteranno un aumento dell’inflazione, il settore si riprenderà rapidamente. D’altra parte, siamo reduci da una bolla immobiliare, che fortunatamente in Italia ha avuto proporzioni modeste, e ora è normale che ci sia un ridimensionamento”.
Se i giornalisti nostrani si autoassolvono, il discorso si fa più complesso quando si varcano i confini. “La critica ai media – secondo Bastasin - nasce in particolare da un inganno sulla natura solo americana della crisi. (…) La falsa spiegazione di questo effetto tanto negativo della crisi è appunto che i media trasferiscono la paura americana nell’opinione pubblica europea, amplificando di molto l’effetto diretto”. “Da quando è esplosa la crisi – conclude Lepri - i giornali italiani sono stati corretti, quelli internazionali non sempre. La stampa anglosassone, che pure di solito è migliore di quella italiana, non è stata del tutto indipendente dagli interessi economici: il Wall Street Journal era fortemente legato a quegli interessi economici che ci hanno portato al disastro, il Financial Times è stato più serio, ci sono state anche voci che hanno annunciato l’approssimarsi della crisi. L’Economist qualche cosa l’aveva detta. Ma il problema non sono certo i giornali”.

 

Una crisi profonda, altro che mediatica. Messi dietro la lavagna inizialmente per aver sottovalutato il fenomeno dei mutui subprime e poi per aver enfatizzato a dismisura la portata di una stagnazione economica globale che ha coinvolto pesantemente anche il settore immobiliare, i professionisti dell’informazione passano al contrattacco: nessuna esasperazione, nessuna tentazione di scendere nel sensazionalismo e nessuna spinta a truccare le carte per favorire questo o quel gruppo di potere.
“Io non penso che ci sia stata un’esagerazione da parte dei media italiani – spiega Stefano Lepri (La Stampa) - C’è spesso una tendenza alla grossolanità e alla forzatura nella stampa, ma in questo caso no. La nostra società si sta inoltrando davvero in territori inesplorati e non sappiamo bene cosa succederà perché una stagnazione come quella attuale non ha precedenti”.

Le accuse, però, sono velenose. “In un momento come questo – punta l’indice Giuseppe Granieri, saggista esperto di media e innovazione - il sensazionalismo, giocare con la fiducia dei cittadini, diventa pericolosissimo. Il 99,9% delle persone che fanno il mercato (con le loro spese mensili e i risparmi) non hanno informazioni di prima mano, ascoltano il racconto dei media e respirano un'atmosfera. Se si convincono che le cose vanno male, smettono di investire, di pensare al futuro, non alimentano più il sistema su cui si regge tutto il resto”. Niente di tutto ciò, almeno a giudizio di Lepri: “Ci sono importanti organismi internazionali che sono fortemente pessimisti, non mi pare che ci sia allarmismo negli organi di informazione, c’è casomai che alcuni nostri esponenti politici cercano, invece, di sostenere che non è successo nulla. Berlusconi continua a dire che non è niente di grave, anche se Tremonti in certi momenti lo smentisce”. Sulla stessa linea Carlo Bastasin (Il Sole 24 Ore), che scrive: “E’ senso comune che il linguaggio ad effetto dell’informazione e i titoli sulla fine del mondo conosciuto abbiano modificato la nostra percezione della realtà creando un clima di depressione non solo psicologica. Secondo un sondaggio, il 77% degli americani è convinto che i media abbiano aggravato la crisi. In Italia il risultato sarebbe forse ancora più netto. Ma questa sbrigativa condanna dei media offre una scorciatoia, francamente rozza, all’analisi che circola nei Palazzi e che recita con tono consolatorio: se non fosse per i media le cose andrebbero bene”.

Gli organi di informazione italiani, però, potrebbero aver commesso un altro tipo di errore. Giovanni Lombardo (Italia Oggi) propone una lettura diversa: “Se i media hanno una colpa è quella di non aver saputo chiarire bene la differenza tra la crisi finanziaria globale e una crisi economica che in Italia stava già dando segnali significativi da tempo. Il calo dei consumi, la stasi occupazionale e l’affanno crescente di aziende importanti del nostro paese annunciavano tempi difficili. I media sbagliano forse quando indicano l’Italia come un paese già vittima della crisi finanziaria mondiale, mentre probabilmente il peggio verrà nei prossimi mesi. Ciò che è accaduto fino a ora è frutto quasi esclusivamente di una crisi strutturale”. Questa distinzione, peraltro, potrebbe spiegare in parte l’anomalia che contraddistingue l’andamento del settore immobiliare, in frenata di pari passo con l’andamento generale dell’economia e in controtendenza rispetto alla consuetudine di aggrapparsi al mattone nei momenti in cui il sistema bancario è in sofferenza e offre meno garanzie. “Non escludo che se si dovessero manifestare tendenze inflazionistiche l’immobiliare possa riprendere a crescere - ragiona Stefano Lepri - Se tutti gli interventi governativi per salvare l’economia comporteranno un aumento dell’inflazione, il settore si riprenderà rapidamente. D’altra parte, siamo reduci da una bolla immobiliare, che fortunatamente in Italia ha avuto proporzioni modeste, e ora è normale che ci sia un ridimensionamento”.

Se i giornalisti nostrani si autoassolvono, il discorso si fa più complesso quando si varcano i confini. “La critica ai media – secondo Bastasin - nasce in particolare da un inganno sulla natura solo americana della crisi. (…) La falsa spiegazione di questo effetto tanto negativo della crisi è appunto che i media trasferiscono la paura americana nell’opinione pubblica europea, amplificando di molto l’effetto diretto”. “Da quando è esplosa la crisi – conclude Lepri - i giornali italiani sono stati corretti, quelli internazionali non sempre. La stampa anglosassone, che pure di solito è migliore di quella italiana, non è stata del tutto indipendente dagli interessi economici: il Wall Street Journal era fortemente legato a quegli interessi economici che ci hanno portato al disastro, il Financial Times è stato più serio, ci sono state anche voci che hanno annunciato l’approssimarsi della crisi. L’Economist qualche cosa l’aveva detta. Ma il problema non sono certo i giornali”.

 

 

 



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stampato in data 23-5-2012 alle ore 5:42