
Riqualificare l’Italia. Riqualificarla con case e quartieri di qualità che risparmino energia, non inquinino e garantiscano una moderna ed elevata vivibilità.
È così che lo scorso 15 maggio, Mauro Pili, deputato del Popolo della libertà e membro della commissione Ambiente, ha presentato a Montecitorio la sua proposta di legge per rilanciare l’economia attraverso una serie di interventi di ristrutturazione energetico-ambientale del patrimonio edilizio italiano. Nonostante la materia sia di indubbia attualità, l’iter parlamentare del testo ha avuto un avvio alquanto stentato. Inizialmente il provvedimento, sottoscritto da altri 125 rappresentanti della maggioranza, era stato presentato dall’onorevole Pili come possibile maxiemendamento al famigerato decreto legge del governo sul Piano Casa, quello sull’aumento delle cubature. Come si ricorderà, dopo l’accordo raggiunto all’inizio di aprile tra governo e Regioni, il Piano si è arenato. L’esecutivo infatti non ha rispettato i tempi per la presentazione di un decreto che contenesse un quadro normativo di riferimento, mentre è sorta anche la questione del conflitto di competenza tra potere centrale ed enti locali, dotati, in base alla Costituzione, di autonomia legislativa in materia di edilizia e urbanistica. Allo stallo totale del provvedimento governativo si è poi, purtroppo, aggiunto il terremoto in Abruzzo, il conseguente cambio di priorità e la richiesta, avanzata dalle Regioni, di estendere a tutto il territorio nazionale le detrazioni del 55% per gli interventi di messa in sicurezza antisismica degli edifici. A metà maggio, quindi, ecco arrivare la proposta di Pili e il tentativo della stessa di andare incontro alle proposte dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) di legare le premialità volumetriche del Piano Casa al risparmio energetico degli edifici attraverso misure fiscali incentivanti. Il testo di Pili è stato ignorato fino al 21 luglio scorso quando la commissione Ambiente è stata incaricata di esaminarlo in sede referente. A oggi, mentre si va in stampa, il gruppo di lavoro ha trattato il provvedimento una sola volta, mercoledì 29 luglio, limitandosi all’esposizione del contenuto dei 14 articoli da parte del relatore, il leghista Guido Dussin. Entrando più nello specifico della proposta di legge, l’obiettivo dichiarato di Pili è quello di raggiungere livelli di tutela ambientale omogenei in Italia, riportando gli sgravi fiscali per l’efficienza energetica sotto la competenza statale. Questo perché, mentre il Piano dell’esecutivo è rimasto lettera morta, l’iter delle norme locali è andato avanti, sviluppandosi in modo non omogeneo e adattando i contenuti dell’accordo alle esigenze del territorio. Pratica, quest’ultima, che ha suscitato le lamentele degli operatori del settore, come l’Ance appunto. Il testo di Pili, quindi, può essere interpretato come un tentativo di frenare il “federalismo edilizio” messo in moto dalla lentezza dimostrata dall’esecutivo e dalla contemporanea e parallela rapidità con cui stanno “sbocciando” i provvedimenti regionali in materia (Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana, Veneto e Umbria sono solo alcune delle giunte che hanno già approvato propri disegni di legge) con misure differenziate e a macchia di leopardo. Partendo dal dato di fatto che in Europa i consumi per il riscaldamento degli edifici superano di poco il 40% del totale, e che ottimizzando l’uso dell’energia negli edifici si potrebbero ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 42%, il testo dà molta rilevanza alla certificazione energetica, ritenuta fondamentale sia per la progettazione dei nuovi edifici che per le ristrutturazioni di quelli esistenti. Oltre che elemento indispensabile di chiarezza per l’utente, “che deve essere messo nelle condizioni di scegliere con la massima semplicità e convenienza la nuova filosofia realizzativa e gestionale della propria abitazione”, la certificazione energetica, si legge nella relazione che accompagna la proposta, è necessaria, tra le altre cose: a creare i presupposti oggettivi per un miglioramento continuo della qualità degli edifici; a migliorare la trasparenza del mercato immobiliare, fornendo agli acquirenti e ai locatari un’informazione oggettiva e trasparente sulle caratteristiche (e sulle spese) energetiche dell’immobile, e a riconoscere e valorizzare gli investimenti dei proprietari che apportano miglioramenti importanti ma poco visibili (isolamenti di muri, di tetti, eccetera). Pur sottolineando l’esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela ambientale, inquinamento, consumi e incentivi fiscali, la proposta di legge prevede (art. 5) una serie di interventi, da realizzare attraverso la concertazione con Regioni e Comuni, per il miglioramento della qualità architettonica, entro il 20% della volumetria, di edifici mono e bifamiliari non superiori ai 1000 metri cubi, non sottoposti a tutela e non dichiarati abusivi. Sono inoltre possibili ampliamenti del 35% a seguito di demolizione e ricostruzione per la riqualificazione energetica e architettonica. In base a quanto previsto dal testo, gli enti locali avranno poi la facoltà di includere nelle proprie norme gli interventi per la riqualificazione e il potenziamento delle strutture turistiche (art. 7). I complessi ricettivi potranno infatti godere di un incremento del diritto edificatorio del 35% nel rispetto della normativa paesaggistico ambientale vigente. Tutti gli interventi di incremento delle cubature dovranno naturalmente rispettare determinati standard di compatibilità ambientale ed efficienza energetica pari almeno alla classe C. A proposito di quest’ultimo punto, viene specificato (art. 8) che gli incrementi dei diritti edificatori saranno direttamente proporzionali al livello di efficienza energetica. Saranno consentiti aumenti volumetrici del 20% se viene certificata la classe energetica C, del 30% per la classe B e del 35% per la A. Il provvedimento prevede inoltre (art. 12) una serie di detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica. Dall’entrata in vigore della legge, sulle spese sostenute per la riqualificazione degli edifici, è riconosciuta una detrazione del 55% fino a un massimo di 100mila euro da ripartire in tre anni. Le ritenute per le spese sostenute nei 24 mesi successivi all’entrata in vigore della legge ammonteranno invece al 36%. La copertura finanziaria del provvedimento (art. 13), legata alle detrazioni fiscali previste, è garantita per gli anni 2009, 2010 e 2011, dalla riduzione del Fondo per il potenziamento della rete infrastrutturale nazionale previsto dall’articolo 6-quinquies del dl 112/2008 sui conti pubblici convertito, con modificazioni, dalla legge 133/2008. Il testo infine stabilisce (art. 14) che, se entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge le Regioni non provvedano ad applicarla, l’esecutivo può intervenire nominando commissari ad acta.
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