
Un’estate di lavoro quella dei sindaci, che insieme ai presidenti di Regioni e Province, sono stati impegnati in uno scambio di opinioni dirette e a distanza con il governo sul nodo del federalismo.
Il dibattito sta ora per entrare nel vivo: il 4 settembre scorso il ministro per la Semplificazione, il leghista Roberto Calderoli, ha presentato all’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) la bozza quasi definitiva del disegno di legge per l’attuazione del federalismo fiscale, che probabilmente già alla fine del mese approderà in Parlamento.
Si tratta di un testo su cui il ministro ha iniziato a lavorare sin dall’insediamento del quarto governo Berlusconi. Dopo le dure critiche alla prima versione presentata a fine luglio, le novità, trapelate già ad agosto, hanno disteso gli animi e portato a valutazioni più positive. La disputa tra esecutivo ed enti locali si è concentrata in particolare sul nodo della fiscalità degli immobili, in cui si è inserita l’uscita sotto il solleone del ministro per le Riforme, Umberto Bossi. Il leader del Caroccio ha infatti tentato di resuscitare l’impostata comunale sugli immobili, da lui indicata come unica possibilità per dare risorse proprie alle città.
Poi, richiamato all’ordine, Bossi ha corretto il tiro: la cancellazione dell’Ici è oramai cosa fatta, ha spiegato a fine agosto a Firenze intervenendo alla festa del Pd, quindi “è meglio non impiccarsi”. Quello che serve, ha però aggiunto, è trovare una soluzione per dare un’autonomia finanziaria ai comuni. Si è profilata così l’ipotesi, apprezzata dall’Anci, di un tributo comunale unico sugli immobili, che fosse però meno rigido dell’Ici e che Calderoli ha cercato di interpretare e inserire nel ddl presentato ai primi di settembre.
L’articolo 10 del testo, tra i principi direttivi in base ai quali dovranno essere adotti dal governo i decreti legislativi “per il coordinamento e l’autonomia tributaria degli Enti locali”, prevede anche misure di “razionalizzazione dell’imposizione fiscale immobiliare, compresa quella sui trasferimenti della proprietà e di altri diritti reali, anche al fine di riconoscere una adeguata autonomia impositiva ai Comuni e alle Città metropolitane.”
Un tributo comunale unico dovrebbe prendere il posto dell'Ici. Il confronto tra Anci e Tremonti ne quantificherà il gettito erariale
Una formula che il presidente dell’Anci e sindaco di Firenze Leonardo Domenici ha accolto, sia pur con cautela, in modo positivo. Domenici ha infatti ricordato che il confronto con il governo sul federalismo si è concentrato proprio sull’introduzione di “un tributo proprio dei Comuni” che dia a questi autonomia e responsabilità sul piano fiscale e finanziario dopo la cancellazione dell'Ici sulla prima casa. Il presidente dell’Anci ha però precisato che nel vertice con il ministro per la Semplificazione si è genericamente parlato di “una sorta di tributo federale sugli immobili”. Quello che bisognerà fare in vista del dibattito parlamentare è “entrare nel merito e vedere che caratteristiche e consistenza di gettito dovrà avere”.
Domenici ha anche chiesto a Calderoli di trovare il modo di accelerare il più possibile l’istituzione del nuovo tributo, dal momento che per la sua nascita non basterà aspettare l’approvazione del ddl, ma il via libera ai decreti legislativi attuativi.
Maggiore cautela è stata espressa invece dal sindaco di Torino e ministro ombra per le Riforme, Sergio Chiamparino, che ha sottolineato come passi in avanti rispetto alla proposta di luglio siano stati fatti, anche se rimane aperto il problema politico. Per ora infatti si è discusso dei principi in base ai quali i Comuni dovrebbero poter raggiungere un’autonomia impositiva attraverso un tributo legato al patrimonio immobiliare. Accanto ai principi, ha aggiunto, sarà necessario mettere delle cifre, perciò la discussione con il governo dovrà coinvolgere anche il ministero dell'Economia. Secondo Calderoli, invece, con l’inizio di settembre si è aperta una stagione costruttiva perché ha spiegato “tutti stanno partecipando al dibattito dando il proprio contributo. “E' così – ha concluso – che si costruiscono le cose, soprattutto le riforme”. Il lavoro fatto dal ministro leghista però ha trovato, almeno in questa fase iniziale, solo il plauso dei suoi colleghi di partito. Massimo Garavaglia, senatore della Lega e vicepresidente della commissione Bilancio del Senato, ha infatti evidenziato come nel suo insieme il ddl sulla fiscalità federale di Calderoli potrebbe produttore a regime “un recupero di evasione fiscale di circa 60 miliardi di euro l'anno”, da utilizzare per dare migliori servizi ai cittadini e ridurre le tasse. A dir poco fredde invece le prime reazioni di altri esponenti della maggioranza di governo. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, in un’intervista a Radio Radicale rilasciata all’indomani della presentazione del provvedimento, dopo essersi definito “il reggente di Alleanza nazionale”, ha assicurato: “Fino a quando saremo al governo nessuna tassa sarà di nuovo reintrodotta sulla prima casa, federalismo o non federalismo, posso dirlo con certezza”.
Nella maggioranza il testo piace solo alla Lega. La Russa: nessuna tassa sulla prima casa. Ministro Fitto: non è prevista la reintroduzione dell’Ici
A frenare sulla nuova fiscalità immobiliare, anche un altro interlocutore chiave del dibattito, il ministro per gli Affari regionali e deputato del Pdl Raffaele Fitto. Commentando il provvedimento, l’ex governatore della Puglia ha spiegato che sì la competenza sulla tassazione degli immobili passerà ai Comuni, ma di certo non c’è alcuna intenzione di far tornare l’Ici.
La discussione appare quindi ancora tutta aperta e la prima battaglia sul testo Calderoli e la fiscalità sugli immobili si combatterà a palazzo Chigi, nella seconda metà di settembre.
Solo allora, tra le valutazioni economiche del testo che farà il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, le promesse elettorali del Pdl e la missione federalista del Carraccio, si scopriranno le carte dei veri equilibri interni della maggioranza.
Chiamparino: necessario garantire una base fiscale autonoma alle città, accorpando il complesso dalle tasse sulla casa e trasferendo i fondi ai Comuni
Ici e federalismo fiscale non sono però la sola questione che, indipendentemente dal colore politico, rischiano di inasprire il rapporto tra sindaci e governo. All’inizio dell’autunno sono molti i nodi che verranno al pettine. Sul tappeto infatti c’è anche la redistribuzione delle risorse del Piano casa di Prodi, i cui fondi dagli enti locali sono stati dirottati sul piano nazionale (si veda approfondimento in Case&Territorio). Cui si aggiunge la questione, mai sanata, del decentramento del catasto: i comuni continuano a rivendicarne la competenza, ma una recente sentenza del Consiglio di Stato ha per ora confermato in mano allo Stato la discrezionalità sulla materia. Per avere un idea dei termini di questo dibattito, l’agente immobiliare ha iniziato a raccogliere il punto di vista di uno degli attori di questo confronto, con una breve intervista (realizzata poco prima della presentazione della bozza Calderoli) al sindacato di Torino e ministro ombra per le Riforme del Partito democratico Sergio Chiamparino.
Signor sindaco, cancellata l’Ici sulla prima casa, l’introduzione di un tributo federale unico sugli immobili in che modo può “salvare” i Comuni e su quali meccanismi dovrebbe essere basato?
“La discussione sul federalismo fiscale è agli inizi; tra settembre e ottobre dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri la proposta, per il momento quindi stiamo parlando di idee, ma ancora in progress per così dire. Detto questo, la mia proposta sulla casa è abbastanza semplice e chiara e ne ho parlato in diverse situazioni. Il problema di sostituire l’Ici prima casa per i Comuni che già da quest’anno sono privati di autonomia fiscale e sottoposti al rischio di una riduzione seria delle risorse da destinare ai servizi esiste ed è reale.
Ho già detto in qualche occasione che potrebbe essere una soluzione quella di garantire una base fiscale autonoma alle amministrazioni cittadine, accorpando il complesso derivato dalle tasse oggi già esistenti sulla casa e trasferendo questi fondi ai Comuni, tranne una parte riservata allo Stato centrale per il fondo di perequazione.
Questo meccanismo consentirebbe alle amministrazioni di avere una fonte economica autonoma, il cui cespite, cioè il valore immobiliare è fortemente influenzato dalle politiche comunali, senza introdurre nuove tasse e senza aumentare la pressione fiscale. Ovviamente ciò determinerebbe una riduzione di entrata nell’erario nazionale che andrebbe compensata.
Il decentramento catastale è una partita ancora aperta. Quali sono i passi che chiedete al governo per arrivare alla piena attuazione?
“Si ricorderà che l’Anci aveva annunciato di ricorrere al Consiglio di Stato contro la sentenza del TAR Lazio che bloccava il decentramento del catasto ai Comuni. Lo scorso ottobre erano più di cinquemila i Comuni che avevano chiesto di gestire direttamente, in forma singola o associata, la funzione catastale acquisendo un ruolo che permetterebbe alle amministrazioni locali di contribuire all’eliminazione delle forti sperequazioni fiscali oggi esistenti, attraverso l’uso della conoscenza precisa degli elementi fisici ed economici del proprio territorio. Oggi chiediamo al ministro Tremonti un suo intervento per riaprire questo capitolo e inserirlo nella discussione sul federalismo”.
Il piano casa di Temonti aiuterà i Comuni a dare una soluzione reale all’emergenza abitativa? Ci sarà una nuova emergenza sfratti in autunno?
“Nessuno mette in discussione l’importanza di politiche di social housing. Ricordo che il governo Prodi nel 2007 stanziò 550 milioni di euro per coprire l’emergenza abitativa, compresa quella degli sfratti imminenti dati a persone e nuclei famigliari che non possono acquistare una casa ma che pagano un affitto. Io non so se sia veritiero il durissimo giudizio del Sunia (Sindacato nazionale unitario inquilini e assegnatari ndr) che sostiene che il Governo aiuti i costruttori più che gli inquilini in difficoltà, ma mi sembra un dato certo che siano stati distratti fondi già destinati ai contratti di quartiere, e che se da un a parte si parla di 20.000 nuove case, dall’altra non si parla più delle 12.000 già promesse e finanziate dal precedente governo”.
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