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Focus

Una nuova stagione per il turismo


Un Codice per riordinare un comparto dove regna la confusione. Pierluigi Mantini, Presidente dell’Osservatorio parlamentare per il turismo, fa il punto sul testo

17.12.2010

Una nuova stagione per il turismo - Un Codice per riordinare un comparto dove regna la confusione. Pierluigi Mantini, Presidente dell’Osservatorio parlamentare per il turismo, fa il punto sul testo

il 7 ottobre scorso il Consiglio dei ministri ha approvato, su proposta del ministro per il Turismo Michela Vittoria Brambilla, uno schema di decreto legislativo, su cui dovranno essere acquisiti i pareri del Consiglio di Stato e delle competenti commissioni parlamentari, per fare ordine nella disciplina nazionale sul settore, introducendo anche alcune importanti novità per gli agenti immobiliari. Per avere un quadro complessivo sul provvedimento L’Agente Immobiliare ha chiesto al Presidente dell’Osservatorio Parlamentare per il turismo e deputato Udc Pierluigi Mantini di delinearne i contenuti, evidenziando opportunità e limiti anche rispetto alla categoria. “La proposta di Codice del turismo che è ancora in itinere – ha spiegato il parlamentare – è utile perché pone al centro dell’attenzione la materia del turismo che è stata frammentata tra le Regioni ed è quasi sparita della scena delle politiche nazionali. Ed è utile anche perché riordina le fonti, le definizioni, le normative creando la possibilità di un Codice appunto, sebbene originale, di carattere unitario. Il primo titolo del testo – ha precisato Mantini – riguarda le competenze statali in materia di turismo, sulla base del principio di sussidiarietà, quali la valorizzazione, lo sviluppo, la competitività e rielabora il concetto di impresa turistica. Nel titolo secondo si inquadrano meglio le professioni turistiche, che sono una novità degli ultimi decenni. Il terzo opera una classificazione delle strutture ricettive attraverso definizioni generali, rimandando alle Regioni per i requisiti minimi delle attività e per la configurazione degli operatori, e detta norme di semplificazione. Il titolo quarto è dedicato alle agenzie di viaggio, mentre il quinto, che dal mio punto di vista è il più utile, individua i diversi tipi di turismo, come quello naturistico, quello del mare, dei laghi e dei fiumi, quello religioso, culturale, sportivo. Specifiche utili per far emergere un’offerta aggiuntiva, basti pensare alle crociere, al turismo legato ai grandi eventi, al golf o ai parchi naturali. Mentre il titolo sesto si dedica alla tutela del turista, inteso come consumatore”.

Cosa c’è di buono e cosa no nel Codice?

Il provvedimento nel complesso presenta luci e ombre. Di positivo c’è, come detto, l’idea di dar vita a un testo unico che riordini le diverse fonti e che proponga in modo moderno degli scenari che siano non solo uno strumento di conoscenza dell’esistente, ma anche di innovazione e di apertura di prospettive future per il settore. Le ombre, invece, sono costituite dal fatto che il Codice non può risolvere alcuni nodi che sono politici e che finora non sono stati affrontati e che nel provvedimento trovano una loro evidenza.

Ovvero?

Mi riferisco in particolare alla scelta di non istituire un fondo di garanzia per le agenzie di viaggio in caso di eventi avversi, costringendo invece le agenzie ad assicurarsi, cosa che ha creato una sollevazione da parte della categoria. In altri Paesi per il consumatore sono previste misure pubbliche di garanzia, in caso di incidenti, ritardi o altro. Mancano poi misure per la capitalizzazione delle imprese turistiche e non ci sono gli incentivi fiscali più volte richiesti dal Parlamento e dagli operatori, in considerazione del fatto che in Italia il settore paga un’Iva più alta rispetto a nostri concorrenti come Spagna e Francia. Mancano poi politiche di destagionalizzazione, manca un serio incentivo per il turismo online, a partire dal famoso portale Italia, e mancano anche delle soluzioni al tema della governance: non c’è infatti coordinamento Stato-Regioni, un coordinamento più annunciato che praticato, atteso che l’Enit (Ente nazionale italiano per il turismo) è ancora commissariato. Dunque siamo in una realtà in cui per il turismo spendiamo quasi come in altri Paesi, ma in modo frantumato, disordinato e poco utile. Siamo insomma a un federalismo delle piccole patrie, rispetto a una scena competitiva di tipo globale”.

Cosa si può fare per superare questa situazione?

Il Codice è sicuramente uno strumento, può essere utile fornire una base di partenza, ma occorrerebbe accompagnarlo con un Piano decennale che dia un orizzonte, che delinei una programmazione per il turismo.

Tornando al Codice, quali opportunità offre agli agenti immobiliari per contribuire al rilancio del settore?

Quello degli agenti immobiliari è un ruolo che si può migliorare soprattutto facendo chiarezza sulla riclassificazione degli immobili a uso turistico. Il Codice propone una complicata classificazione, con molte tipologie, dagli esercizi di affittacamere ai rifugi alpini. Una classificazione che va pure bene, ma il punto è stabilire una precisa disciplina giuridica di queste attività. Bisogna partire dal fatto che oggi nel nostro Paese c’è un uso promiscuo degli immobili, alcuni anche sottoutilizzati, e da qui individuare quali tipi di destinazione si posso prevedere, penso ad esempio agli ex alberghi che si trasformano in residenze turistiche alberghiere. Va insomma chiarito quali sono gli usi che si possono fare nell’offerta al pubblico e con quali requisiti. Su questo però il Codice fa una scelta inversa: opera la classificazione delle diverse tipologie di immobili, ma rinvia alle Regioni la disciplina dei requisiti minimi per l’esercizio delle attività. Invece si dovrebbe fare il contrario, stabilire i requisiti minimi giuridici per l’esercizio delle attività – ad esempio fino a che punto posso usare la seconda casa o l’ex albergo per trasformarlo a uso turistico senza incorrere in vicoli urbanistici o in altri divieti – e poi lasciare che questi si applichino anche alle tipologie classificate diversamente dalle Regioni. Occorre, secondo me, una maggiore liberalizzazione degli usi e una disciplina minima unitaria su tutto il territorio nazionale e non solo la classificazione in rifugi alpini, bed & breackfast e affittacamere, perché in questo modo si rischia di nuovo di ingessare il sistema e di essere distanti dalla realtà.

E qual è invece la realtà?

Dovremmo partire dal concetto che il nostro bel Paese è tutto a vocazione turistica e per questo si dovrebbe consentire con maggiore libertà un uso degli immobili anche in funzione promiscua, stabilendo qual è il periodo dell’offerta e fino a che punto si deve avere una gestione delle parti comuni (penso in particolare alla questione legata alle residenze turistico-alberghiere). Il Codice, in definitiva, si limita a una classificazione, ma non chiarisce una disciplina unitaria dell’offerta turistica degli immobili, che viene demandata alle Regioni. E questo è criticabile, perché perseveriamo in un federalismo confuso, per cui una Regione stabilirà requisiti diversi rispetto a un'altra. In questo contesto, è chiaro che se fossero definite poche regole di fondo, gli agenti potrebbero essere utilizzati nell’offerta turistica di appartamenti nelle diverse forme. Per mettere meglio a fuoco tutte queste problematiche, ha concluso Mantini l’Osservatorio parlamentare per il turismo sta organizzando prima di Natale un incontro sul Codice del turismo: “Quella sarà la sede – ha precisato il deputato – per avere contributi mirati da parte delle associazioni di categoria, fermo restando che il provvedimento è uno strumento che ha degli spazi di azione limitati perché non può del tutto innovare, ma può solo riorganizzare le norme esistenti, e che occorrere parallelamente un programma decennale per il settore, che delinei una strategia politica di interventi, come quelli fiscali, che manca. Oggi c’è ancora troppo disordine e il Codice evoca un concetto giusto, ma non riesce a riodinare quello che è disperso nel federalismo turistico”.




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